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A Roseto “opera prima” per diciotto

A Roseto “opera prima” per diciotto

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(Di Carlo Di Stanislao) Parte domenica con “Ci Vediamo Domani” di Luigi Zingariello con Enrico Brignano, la XVIII edizione del Roseto Film Festival Opera Prima, rassegna ideata e curata da Tonino Valerii e coordinata con passione e pazienza da Mario Giunco, che intende mostrare le tendenze del nuovo cinema italiano, sia più di intrattenimento che autorale.

L’edizione di quest’anno in Piazza della Libertà, prospiciente il Municipio cittadino, prevede una serie di contributi collaterali, con spettacoli teatrali e presentazione di libri. In concorso, con giuria presieduta dalla scrivente, sono sei e tutti di ottima caratura.

Dicevamo che in partenza Luigi Zingariello ci mostra un Brignano continuamente alla ricerca dell’occasione della vita, con grandi idee per arricchirsi in modo facile, che si rivelano costantemente delle fregature ed una moglie (Francesca Inaudi) stufa di fargli da madre ed una figlia (Giulia Salerno) che lo disistima completamente.

Opera seconda il film ha alcuni motivi di interesse: l’impiego di Brignano secondo un registro non solo comico ed il viraggio della commedia vecchio la versione “black”, con una acuta morale in base alla quale la più grande forma di libertà è non avere nulla, per raccontare la quale il regista compone un cast di professionisti affiancato a dei non attori ottuagenari, portatori di spontaneità e i poesia.

Il 15, sempre con inizio alle 21, “Razza Bastarda”, esordio alla regia cinematografica di Alessandro Gassman, ingiustamente dimenticato ai David, ispirato dalla storia scritta da Poivold e che lui aveva già portata in teatro, qui resa più drammatica con la coraggiosa scelta del bianco e nero. Il film, che il 7 maggio ha inaugurato a Roma la mostra “Bastardi di razza” (24 fotografie in bianco e nero che rappresentano “un viaggio nel lato oscuro dell’animo umano, quello dove la speranza è sostituita dalla sofferenza e dove non tutto è più possibile” , si apre con una frase di Einstein “Esiste una sola razza, quella umana”. Una storia cruda, di emarginazione, sporca, a tratti anche divertente e ironica, dove sembra che non ci sia speranza e dove il bianco e nero del film,  è volutamente poco elegante, pesante, quasi concreto.

Una regia con una visione dal basso, che insieme a questa fotografia firmata da Federico Schlatter, che non illumina mai bene i visi dei personaggi come in un fumetto, rendono questo debutto decisamente originale e coraggioso.

Martedì 16 è la volta di “la città ideale” di Luigi Lo Cascio, una boccata d’aria fresca nell’asfittico panorama del cinema italiano, talmente contemporaneo da avere anticipato paradossalmente la realtà, perché arroccata nella sua perfetta idealità è una città come Siena, nel frattempo precipitata in uno scandalo bancario che non sta facendo prigionieri. Sullo sfondo, le macerie di un Paese che di sotterfugi e scorciatoie non può fare a meno, schiavo della burocrazia e del cupio dissolvi. Il registro scelto da Lo Cascio è quello grottesco, a tratti onirico, fortemente simbolico, come è forse tendenza di certo cinema italico di qualità oggi.

Il 17 la kermesse continua con “Tutti contro tutti” di Rolando Rovello, un film non certo perfetto ma film con qualcosa di autenticamente struggente nella descrizione della lotta per mantenere un tetto sulla testa della propria famiglia, che può portare a fare cose folli e anche avventate. Nel vederlo il film pare una rivisitazione struggente di Totò cerca casa”, con tutta una serie di riferimenti al post-neorealismo della crisi degli alloggi.

Un film certo non compatto ma in cui, ridendo a denti stretti, Ravello vello si fa interprete e portavoce di una leva quarantenne di attori-autori romani (Giallini e Bruno, qui presenti, Mastandrea, invece assente) che si riferiscono ai canoni della nostra commedia cinematografica con una sensibilità nuova. Forse senza essere ancora riusciti a esprimerne il superamento creativo, anzi senz’altro no, ma anche senza subirne il modello in uno stato di soggezione.

Il 18 Roseto si illumina con “Miele” di Valeria Goplino, prova strepitosa sul difficile tema della eutanasia, aggrappato ad una protagonista tormentata e sofferente, interpretata con intensità da Jasmine Trinca, con uno sguardo e un punto di vista squisitamente ma mai militantemente femminili, ragionando sui temi della vita e della morte ponendo questioni che riguardano soprattutto la degna continuazione della prima, prima ancora che una libera e dignitoso scelta della seconda.

Si finisce, il 19, con “Salvo”, vera rivelazione dello scorso anno, diretto dagli sceneggiatori palermitani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, premiato (come Miele) a Cannes, racconto di una doppia cecità e dell’azione salvifica dell’amore, con ritmo bessoniano e taglio alla Win Wenders, con la magica fotografia di un altro siciliano, La Daniele Ciprì, un mago dalle ombre lunghe e dalle luci poche, ma per questo più significative. C’è nel cast la giovane pescarese Sarah Serraiocchi, magnifica e poi la canzone Arriverà dei Modà ed Emma, che per prima, canticchiata da lei nello scantinato buio di casa, scalfisce la durezza di Salvo, e che ricorre, come punto di contatto tra due anime sole.

Il 20 la rassegna rosetana si conclude con la premiazione (duro lavoro per la giuria) e la proiezione de “Il postino”, splendido capolavoro di Michael Radford con Massimo Troisi, Philippe Noiret e Maria Grazia Cucinotta, vincitore dell’Oscar per la Colonna sonora andata a Luis Enríquez Bacalov nel 1995, girato nell’incanto di Salina, nell’isola di Procida, dove per anni c’è stata una tradizione marineresca con navi, anche di grande tonnellaggio, che erano di proprietà di armatori dell’isola , ma che oggi vive, come molti altri posti di mare, un periodo di intenso declino.

Tratto dal romanzo “Il postino di Neruda” di Skàrmeta, il film è il migliore del pur bravo  Michael Radford, in cui raggiunse l’apice della carriera ed una notorietà internazionale sotto certi aspetti inattesa, con la mimica, i silenzi, le indecisioni nelle parole e nei movimenti di Troisi che trovarono in una interpretazione drammatica così profonda il proprio naturale complimento.

Sarà bello rivedere, in una versione completamente restaurata, l’immagine malato e stanco, tanto caparbio da sfidare la propria precaria salute per terminare le riprese di quello che per molti è considerato il testamento spirituale del grande attore e regista napoletano (di San Giorgio a Cremano), spirato poche ore dopo aver girato l’ultima scena del film.

Personalmente attenderò come un premio (dopo le fatiche del lavoro in giuria), le immagini finali Le incentrate su Neruda/Noiret che ritorna dopo cinque anni in Italia, quelle passeggiate sulla spiaggia ricordando le ultime parole registrate dall’amico che mai davvero si era sentito abbandonato,  quel primo piano interminabile sul volto dell’attore francese da cui traspare l’incapacità di comprendere una morte tanto assurda quanto improvvisa, che è lo sbigottimento incerto che cerca, ancora adesso di dare un senso alla morte del protagonista, attore e personaggio reale.

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