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Aspettando il gran finale

Aspettando il gran finale

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(di Carlo Di Stanislao) – Ultime battute a Venezia, ma con molti film, ancora, di cui parlare. Paolo Baratta, il presidente della Biennale, descrive la riconquista, poltrona su poltrona, dei posti in sala, che il prossimo anno arriveranno a 5500, “tanti quanti a Cannes e Berlino” e, riguardo alla gestione degli spazi della Mostra, parla di superata “ansia del buco”.

Invece il direttore artistico Alberto Barbera, è soddisfatto perché, come era nei suoi propositi è riuscito a “riempire le sale, non gli spazi attorno al palazzo del cinema”, con una edizione ricca di film di grande interesse i ed una media giudicata buona da stampa e pubblico.

Al mio amico sul campo la programmazione italiana è sembrata più che sufficiente, ma, purtroppo, la più parte degli esperti parla ancora di un cinema risaputo e tedioso, incapace di staccarsi da i soliti temi depressivi e triti e senza reali prospettive di rinnovamento.

La vera novità è stata l’alto numero di pellicole che hanno l’impronta femminile nella regia, nella scrittura, nelle interpreti moltissime belle e brave.

Il film inaugurale di Mira Nair “The reluctant fundamentalist” ha raccolto scroscianti applausi sia nella proiezione della stampa che in quella del pubblico in Sala Grande. Ma la sorpresa di questa edizione è il debutto di una regista dell’Arabia Saudita, Haifaa Al Mansourche nel suo delicato e applaudito “Wadjda” ci parla di una ragazzina coraggiosa ed intraprendente che sfidando i tabù imposti dalla religione riesce ad realizzare il suo sogno più grande : una bicicletta.  La regista ha avuto spesso problemi per il suo contributo all’emancipazione della donna ed è costretta a girare in Egitto.  Il tema dell’integralismo religioso ricorre in moltissimi film senza risparmiare nessun credo, compresa la religione cattolica, come emerge dalla bella intervista di Liliana Cavani “Clarisse” alle suore Francescane di clausura.

Il più discusso e shockante è senza dubbio “Paradise” dell’austriaco Seidl il quale, nel raccontare il proselitismo fanatico di una donna, non indietreggia davanti a scene che hanno fatto gridare allo scandalo  quando in realtà lo scandalo è il fanatismo di crede di avere la verità e poi dimentica la compassione per chi soffre. Nel film sull’ortodossia ebraica ”Fill the void” è ancora una giovane donna che si sacrifica alle dure leggi di religioni maschiliste ed anacronistiche. Tra i film italiani fuori concorso molti applausi per “Gli equilibristi” di De Matteo una storia molto attuale con il protagonista, il bravissimo Valerio Mastandrea, alle prese con l’impossibilità di far quadrare il bilancio familiare dopo la separazione dalla moglie, una situazione che lo fa precipitare improvvisamente nel baratro dell’indigenza. Anche il film di Ciprì “E’ stato il figlio”, grottesco e surreale secondo il suo stile dell’’estetica del brutto’, ci precipita nell’Italia povera degli anni 70 che assomiglia tragicamente a quella contemporanea.

Una certa delusione tra il pubblico degli accreditati circa To the Wonder” di Malick ,considerato un sequel (o prequel) di “The tree of life”.

Grande interpretazione dei protagonisti di  “The master” di Anderson con Philip Seymour  e Joaquin Phoenix,  il film che allude alle oscure vicende della setta scientology. Bravissima  Franziska Petri, la  algida e inquietante protagonista del film russo “Izmenia-Tradimento” un ruolo non facile che la candida ad un premio.

Uscendo dal concorso troviamo commedie brillanti e ben recitare come “Queen of  Montreuil” e “Cerchez Hortense” con l’attore cult Jean Pierre Bacri. Anche l’affascinante Pierce Brosnam, svestiti i panni di James Bond, sfila sul red carpet per presentare la commedia romantica “All you need is love” di Susanne Bier  mentre le ragazzine hanno fatto la fila per ore in attesa del loro idolo Zac Efron  protagonista, insieme a Dennis Quaid, del film “At any price” del regista di origini iraniane Bahrani, uno spaccato dell’America della grandi coltivazioni   disposta a tutto pur di salvare gli interessi familiari, Tra i film fuori concorso è da non perdere  l’ intenso  documentario di Spike Lee “Bad 25” che ripercorre i momenti più importante del successo di Michael Jackson e l’ultima opera di D’Alò che con il suo “Pinocchio” musicato da Lucio Dalla ha entusiasmato il pubblico dei grandi e piccoli spettatori.

Bella la cerimonia dedicata al Leone D’Oro a Rosi che, non altrettanta vibrante emozione, nel giorno del 30.mo compleanno di Colpire al cuore, ha consegnato a Gianni Amelio, quest’anno regista di un film intenso e raffinato come Il primo uomo, il Premio Pietro Bianchi 2012.

E bellissimo l’incontro ed il riconoscimento a Michael Cimino, campione di un cinema originale e libero e che, soprattutto, non si arrende.

E non si arrende né demorde dalla’impegno civile, cacciandosi in problematiche spinose e complesse, Marco Bellocchio, che divide critica e pubblico con suo “Bella addormentata”, proiettato ieri e considerato una grande opera di scavo sulla paternità addormentata di oggi, con quattro storie con personaggi di fantasia, dalle diverse fedi e ideologie, le cui vicende si collegano emotivamente al destino di Eluana Englaro, in una riflessione esistenziale sul perche’ della vita e della speranza, malgrado tutto. “Non mi sono convertito, questo no”, dice Bellocchio a chi gli fa notare come, nel film, siano rappresentate tutte le posizioni, con uno sguardo di comprensione anche nei confronti del sentire cattolico.

La mia e’ sempre una posizione calmamente, discretamente laica. L’immaginazione non puo’ respingere, castrare delle cose che ti vengono in mente. Quello del film non e’ uno sguardo che vuole compatire o annullare, sottolineare o condannare chi ha la fede: io non ce l’ho, ma rispetto e guardo con enorme interesse chi invece la possiede”.

Tutti bravissimi gli attori, soprattutto Alba Rohrwacher, Roberto Herlitzka, Toni Servillo e Isabelle Huppert nei panni di una madre che rinuncia a tutto per la figlia in coma irreversibile.

Secondo il mio solito amico, che è cinefilo per costituzione e giornalista per acquisizione professionale, Bella addormentata può essere un serio contendente alla vittoria finale. Tutto si svolge, in vari luoghi d’Italia, in sei giorni, gli ultimi di Eluana Englaro, la cui vicenda resta sullo sfondo.

Un senatore deve scegliere se votare per una legge che va contro la sua coscienza o non votarla, disubbidendo alla disciplina del partito, mentre sua figlia Maria, attivista del movimento per la vita, manifesta davanti alla clinica dove è ricoverata Eluana. Roberto, con il fratello, è schierato nell’opposto fronte laico. Un “nemico” di cui Maria si innamora. Altrove, una grande attrice cerca nella fede e nel miracolo la guarigione della figlia, da anni in coma irreversibile, sacrificando così il rapporto con il figlio. Infine la disperata Rossa che vuole morire, ma un giovane medico di nome Pallido si oppone con tutte le forze al suo suicidio. E contro ogni aspettativa, alla fine del film, un risveglio alla vita.

Insomma, come accade sempre più spesso con la sua maturità umana e professionale, il film di Bellocchio è duro ed insieme dolcissimo.

Molto applaudito ieri, anche Spring Breakers”diHarmony Korine, pellicola dal cast quanto meno originale, con quattro compagne di college che decidono di rapinare un fast food per potersi permettere di andare in vacanza in Florida durante lo Spring Break.

Quando le quattro amiche vengono prevedibilmente arrestate, a farle uscire di galera ci penserà Alien, un trafficante di armi e spacciatore di droga che paga loro la cauzione e, in cambio, chiede alle ragazze di far fuori la sua nemesi: un assassino di nome Arch.

Un film che adotta a piene mani quell’estetica del brutto e del parossismo reiterato, latore della vacuità contemporanea, per farsene ferocemente beffe, un film estremo, ipertrofico, ridondante e stordente, dalla morale marcia e refrattario a qualsiasi facile moralismo e per questo molto intricante.

Il tutto dalla scelta di un cast incredibile, volutamente messo a nudo (in senso letterale), ribaltandone completamente prospettive e attese. Così tre starlette del Disney Club come Selena Gomez, Vanessa Hudges e Ashley Bensondiventano bad girls estreme, ciniche, spaurite ma al tempo stesso disposte a tutto pur di perseguire il loro obiettivo: vivere in un eterno e imperituro stato di vacanza primaverile. Un film da vedere, assolutamente.

Il film, in un’edizione povera di star, ha anche il merito di portare in Mostra un po’ di glamour grazie alla presenze dell’amatissimo James Franco, della star disneyana Selena Gomez (per di più accompagnata dal fidanzato Justin Bieber), ed altri due volti conosciuti ed apprezzati del panorama cinematografico e televisivo statunitense quali Vanessa Hudgens ed Ashley Bens

Sempre ieri Manoel de Oliveira, con “’O Gebo e a sombra”, passato fuori concorso, girato ad un passo (due soli mesi) dai 104 anni, ha compiuto un piccolo miracolo, parlando con vigore e freschezza di povertà e onestà, con un plot derivato a da una piece del 1923 dello scrittore Raul Brando e nessuna concessione alle immagini, con macchina fissa sugli attori che, con il loro racconto, introducono in una storia piena di sfumature psicologiche e dalle mille letture. Protagonista il più onesto e mite dei contabili, Gebo (Michael Lonsdale), che vive in una casa modesta insieme alla nuora Sofia (Leonor Silveira) e alla moglie (Claudia Cardinale). Lui sta lì a fare conti tutto il giorno mentre la moglie piange continuamente e si lamenta. Il fatto è che a questa storia manca un personaggio non da poco, ovvero Joao, lontano da anni da casa, figlio della coppia e marito di Sofia. Si capisce che questo figlio non è affatto un bravo ragazzo. Gebo lo sa, ma non vuole dirlo alla moglie perché sa che ne soffrirebbe troppo.

Quando Joao torna a casa rivela la sua vera natura. Per lui vivere come il padre è da perdenti, il male vince sul bene e così non mancherà di rapinare i suoi stessi genitori, gettandoli ancora di più nella povertà e nella disperazione.

La Cardinale, al suo 130° film, ha detto che l’opera è stata girata in soli 25 giorni ed aggiunto: “De Oliveira ha un’energia pazzesca: prima di venire sul set, faceva nuoto prima di girare. Ammiro davvero questo artista che mi ha insegnato molto”.

Oggi è il giorno di “The Company You Keep” di Robert Redford, che vede il regista anche nelle vesti di interprete accanto al giovane Shia LaBeouf, con un ricco cast nel quale spiccano i nomi di Susan Sarandon, Stanley Tucci, Nick Nolte e Brendan Gleeson, storia di Jim Grant, un avvocato che si occupa di diritti civili e che vive con sua figlia in un tranquillo quartiere nei dintorni di New York, e che vede la propria esistenza rivoluzionata dalle rivelazioni di un giovane giornalista, Ben Shephard, il quale svela pubblicamente che egli è un pacifista estremista evaso e ricercato per un omicidio commesso negli anni Settanta. Grant si dà alla fuga, e si unisce al suo vecchio gruppo i Weather Underground, mentre Shephard continua incautamente a scavare nel suo passato, nel tentativo di dare un bello slancio alla sua carriera.

Ad affiancare la pellicola di Redford, ma nella sezione competitiva, ci sono Thy Womb di Brillante Mendoza – regista filippino che ormai si è imposto all’attenzione della critica internazionale con la sua presenza costante nei festival più importanti – e il drammatico La cinquième saison di Peter Brosens e Jessica Woodworth.

Con il suo film Mendoza ci farà conoscere i Bajau, una delle popolazioni più interessanti delle Filippine meridionali, che vengono soprannominati zingari del mare perchè sono esperti nel costruire vari tipi di imbarcazioni oltre che nella pesca e come cercatori di perle e tessitori di tappeti, mentre lo scenario in cui ci portano gli autori del secondo film in concorso non potrebbe essere più tragico e inquietante: un inverno che si prolunga più del necessario a causa di una calamità, e getta un piccolo villaggio belga situato nel cuore delle foreste delle Ardenne in un baratro di disperazione e violenza. Alla fine solo un rituale pagano potrebbe risolvere le cose.

Meno tragico, ma sicuramente drammatico è lo scenario dell’agerino Yema di Djamila Sahraoui, presentato nella sezione Orizzonti: è la storia di una madre che dopo aver perso un figlio – ucciso da suo fratello – riesce a trovare faticosamente nuove ragioni di vita grazie alle persone che le sono accanto e alla cura del giardino, nonostante la siccità. Un giorno però deve confrontarsi con l’altro figlio, che torna gravemente ferito.

Sempre in Orizzonti infine, presenta il suo ultimo film il regista sardo Salvatore Mereu: la protagonista di Bellas Mariposas – ambientato nel corso di un’estate cagliaritana – è una ragazzina di undici anni che vuole lasciare il difficile quartiere e il contesto familiare in cui vive, ma soprattutto salvare la vita del suo vicino di casa che è in pericolo. Nel cast del film di Mereu, spicca la presenza di Micaela Ramazzotti.

Non possiamo poi non segnalare i sette film selezionati per il Queer Lion, il premio collaterale della 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica dedicato al cinema con “con tematiche omosessuali e queer culture”, giunto alla sesta edizione e con i patrocini del ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione del Veneto, Provincia di Venezia, Città di Venezia e Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. I titoli “Passion” di Brian De Palma; “Kiss of the Damned” di Xan Cassavetes con esplicite scene a contenuto lesbo; il film coreano “The Weight di Jeon Kyu-hwan” e l’opera corale 6 sull’autobus, presenti nei Venice Days, entrambi con protagonisti transessuali MtF (male to female); la commedia di Susanne Bier “All You Need Is Love”, “Cherchez Hortense” di Pascal Bonitzer, e l’italiano “Acciaio” di Stefano Mordini tratto dall’omonimo romanzo di Silvia Avallone edito da Rizzoli.

Finora i più applauditi sono stati i film della Bier ed in nostro “Acciaio” ed ora si attende, il 7 settembre il film di Di Palma (che andrà anche al Festival di Toronto), remake del film francese  “Crime d’amour”, diretto da Alain Corneau nel 2010, con  Kristin Scott ThomaseLudivine Sagnier, un thriller che ricorda i film di De Palma degli anni ’70, anche se modernizzato e rispetto Corneau reso più misterioso, scabroso e torbido., anche grazie alle  due protagoniste Noomi Rapace e ovviamente Rachel McAdams.

Il  thriller erotico è incentrato sulla lotta di potere, nello spietato mondo degli affari internazionali, tra due donne. Rachel McAdams che interpreta Christine, una donna dall’eleganza naturale, facoltosa e di potere. Noomi Rapace, invece, è Isabelle la sua protetta: donna innocente, bella e ‘strumentalizzabile’. Christine, senza cuore, le ruba le idee più innovative e la trascinerà man mano in un gioco malizioso fatto di dominio, seduzione e umiliazione. Ma la storia prende una piega pericolosa quando Isabelle finisce a letto con uno degli amanti di Christine e dando inizio, così, ad una guerra senza esclusione di colpi.

Come si vede, nel bene e nel male, sono le donne e il femminile protagoniste di questa mostra. 

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