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Commedie per ridere e pensare

Commedie per ridere e pensare

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(Di Carlo Di Stanislao) Prima romana di “Maldamore”, ennesima commedia italiana sul tradimento e la capacità di perdonare, ma con attori molto bravi (Luca Zingaretti, sua moglie nella vita, Luisa Ranieri, Ambra Angiolini, Alessio Boni e Claudia Gerini) ed un regista, Angelo Longoni, con mano buona e mente ispirata.

Nelle sale il film esce giovedì 13 marzo e racconta ciò che succede dopo la scoperta del tradimento, fino ad una nuova ricomposizione dell’ordine familiare e lo fa con occhio che ammicca sulle affezioni e le complicazioni amorose, così tanto che perfino la ricostruzione dell’ordine familiare passa attraverso (nuovi) tradimenti.

Sicché questa divertente commedia è un saggio riuscito sulla inafferabilità dell’amore, che ci ricorda un passaggio del “Simposio” di Platone, in cui si dice che: “soltanto l’amante può giurare e avere il perdono degli dei se trasgredisce un giuramento, poiché si dice che un giuramento d’amore non ha valore”.

Bello e divertente anche “La mossa del pinguino”, esordio alla regia di Claudio Amendola, presentato con successo al Festival di Montecarlo, con Edoardo Leo, che infila, dopo “Smetto quando voglio” un film dopo l’altro e che qui firma anche la sceneggiatura che racconta il sogno di quattro appassionati di curling (nel cast, anche Ricky Memphis, Ennio Fantastichini, Antonello Fassari) che cercano il riscatto partecipando alle Olimpiadi di Torino del 2006.

Il racconto e la costruzione ricordano Ettore Scola, mito assoluto tanto di Amendola che di Leo e le risate si alternano a momenti amari e pieni di acute considerazioni.

Attorno ad un protagonista inguaribile sognatore di imprese sportive e business improbabili, Amendola orchestra una storia di derelitti con il piglio (ma non l’ironia) della commedia, con un ristretto numero di persone, dalle poche virtù e sostanzialmente falliti, che si misura con qualcosa nettamente fuori dalla propria portata, cercando di barcamenarsi tra sogni di grandezza e realtà di pochezza, bollette, difficoltà e soprattutto quel muro da scavalcare costituito dal fatto che nessuno creda nell’impresa in questione.

Spero che Gianni Volpe, regista del film-verità in lavorazione: “Una camera per due”, sullo scandalo che ha coinvolto il governatore dell’Abruzzo Gianni Chiodi e numerosi esponenti della sua Giunta si guardi questi due film per capire che l’ironia può essere più tragica e foroce dei toni cupi, riuscendo pure a meglio trasmettere un messaggio di biasimo profondo.

E spero che guardino mosse e toni degli attori delle due commedie i due protagonisti prescelti: Maurizio Sorge, il re dei Paparazzi che per anni ha coordinato i fotografi dell’agenzia di Fabrizio Corona e Miriam Loddo, modella, attrice ed ex “Meteorina” di Emilio Fede, balzata agli onori della cronaca per essere stata una delle principali protagoniste dello “scandalo Ruby”.

Le riprese sono iniziate a Roma il 7 marzo e si dovrebbero concludere in 15 giorni, con una produzione tutta autarchica e a basso ma non bassissimo costo, pagata dallo stesso Gianni Volpe, autore del racconto surreale “L’uomo di marzo” dedicato a Lucio Battisti, uscito nel 2007 e presentato in anteprima a Sanremo per il Festival di quell’anno, uno splendido affresco di colori, suoni e ricordi, firmato in coppia con Gianfranco Marzicchi.

Veramente consigliere (se ancora in tempo), di farsi aiutare da Francesco Piccolo, autore di Aegro occidentale, E se c’ero dormivo, Il tempo imperfetto e Storie di primogeniti e figli unici (tutti pubblicati da Feltrinelli), che ha prestato la sua penna già molte volte al cinema, regalandoci diverse sceneggiature, tra cui ricordiamo “My name is Tanino”, “Paz!” e “Ovunque sei”, con una scrittura attraversata da toni comici, dove la leggerezza assume spesso il sapore acre, cosme si confà ad una storia tanto pietevole ed emblematica da segnare non solo una regione, ma addirittura un “tempo”.

D’altra parte, come ci ricordano esperti e storici, la commedia come genere cinematografico rimanda, necessariamente, a quella concepita per il teatro: non certo per un’equivalenza tra i due mezzi d’espressione, ma perché, essendo la tradizione teatrale vecchia di secoli, vanno cercate al suo interno le fonti di un genere filmico i cui inizi risalgono circa alla metà del secondo decennio del novecento. Se per Aristotele la commedia era imitazione degli aspetti interiori dell’umanità, ma imitazione serena e innocua, per Hegel questo aspetto di serenità diventa così importante che egli parla di “impassibilità degli dei trasferita agli uomini”. Proprio questo carattere della commedia, rimasto costante nei secoli, può essere considerato alla base dell’elemento narrativo primario del genere, che è molto spesso la storia di un rapporto amoroso con correlata necessità dell’happy end, cioè con la conclusione del racconto in termini positivi o piuttosto quotidiani, “normali” (la normalità del matrimonio), opposta agli “amori impossibili” del melodramma. Ciò era già stato osservato del resto, per quanto concerne la commedia teatrale, dal critico formalista Tomasevskij, il quale aveva anche notato un differenziarsi della commedia in aspetti e forme molteplici nel corso del secolo XVIII: è allora, infatti, che nascono, secondo il teorico russo, la “commedia buffa italiana” (è già forse un embrione di commedia all’italiana?), il vaudeville, la parodia, la farsa (da cui poi, aggiungiamo, il film comico), l’operetta e la rivista (da cui poi il musical). Resta comunque costante il tema della serenità e della conclusione felice, tanto che per Northrop Frye la commedia è, nello schema stagionale della sua teoria letteraria, “mito della primavera” che tende a un amplesso fuori scena, storie di un ordine stabile e armonioso infranto da “orgoglio e pregiudizio” (e la citazione indiretta di Jane Austen è certo qui significativa) per arrivare infine alla restaurazione dell’ordine.

Quanto alla commedia nostrane, neorealista e post.-neorealista, si è aggornata e variegata dalla fine degli annii ’70, quando si sono affacciati sulla scena nuovi attori (Troisi, Verdone, Nuti, Calà, Pozzetto, Moretti, Celentano) e sceneggiatori-registi (Castellano e Pipolo, Ferrini, Oldoini, Massaro, Carlo Vanzina) che hanno rilevato almeno in parte il ruolo dei loro predecessori al box-office, con alcuni che hanno imitato attori già affermati, come Verdone che ricorda il Sordi degli inizi (anche se graffiante e meno ‘cattivo’) ed altri con imitazione del cabaret e dal teatro dialettale.

Gli esiti sono stati per lo più dubbi, stucchevoli e scadenti, ma con alcune eccezioni: Ecce Bombo (1978) di Nanni Moretti e Ricomincio da tre (1981) di Massimo Troisi, con autori molto personali e capaci di sguardi nuovi, graffianti e divertiti, come hanno scritto alla voce: “Commedia all’italiana” nel Dizionario Universale Cinema degli Editori Riuniti Fernaldo Di Giammatteo e solo poche volte hanno fatto gli altri: Maurizio Ponzi, Salvatore Samperi, Ospetek, Veronesi e via dicendo.

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