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A Ginevra gli stati non nucleari radicalizzano le loro posizioni abolizioniste e disarmiste

A Ginevra gli stati non nucleari radicalizzano le loro posizioni abolizioniste e disarmiste

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A Ginevra va in scena l’insofferenza dei paesi non nucleari, che per certi aspetti può essere considerata un inizio di rivolta. La seconda sessione dell’OEWG (open ended working group) dell’ONU sul disarmo nucleare è già iniziata  – nel suo primo turno – il 2 maggio, chiudendosi il 4; con Luigi Mosca, per i “disarmisti esigenti”, lo scrivente (Alfonso Navarra) presenzia ai lavori del secondo turno della seconda sessione, che si svolgeranno dal 9 al 13 maggio. La prima sessione si è tenuta in febbraio e ce ne sarà una terza a fine agosto. Lo scopo è di raccomandare all’Assemblea dell’ONU delle vie legali concretamente adottabili per giungere al disarmo nucleare.

Ricordiamo in proposito tutto il “percorso umanitario” scandito dalle conferenze di Oslo e Nayarit nel 2013 e di Vienna nel 2014: esso è diventato l’Impegno sottoscritto da 127 paesi per colmare il gap legale che contraddistingue le armi nucleari rispetto alle armi biologiche e chimiche già proibite.

I “disarmisti esigenti” – vale sempre la pena richiamarlo – in Italia hanno raccolto l’appello di Stéphan Hessel ad “esigere” il disarmo nucleare totale e comprendono organizzazioni di base come la Campagna OSM-DPN, WILPF Italia, Energia Felice, Accademia Kronos, etc. (vai su www.petiziioni24.com/esigiamo).

In realtà ci siamo registrati presso il Segretariato della Conferenza sotto Armes Nucléaires STOP, l’organizzazione francese al cui direttivo appartiene Mosca; io appaio come rappresentante della Lega Obiettori di Coscienza. Sono l’unico attivista “italiano” che partecipa alla Conferenza, che è aperta agli interventi della società civile. Ma prende la parola Mosca, “italiano” emigrato in Francia, anche in mio, in nostro nome: l’italiano non si parla, in cuffia gli interventi sono tradotti in inglese, francese, spagnolo, russo, …

La conferenza si tiene in un’ala laterale del Palazzo delle Nazioni Unite, dove c’è l’ingresso dei visitatori, primo piano, aula 19: è un ambiente ampio, con il tavolo della presidenza rialzato e varie file di poltrone a raggiera. L’anello esterno è occupato dai rappresentanti della società civile, che comunque sono nella stessa stanza dei delegati governativi. I presenti in sala variano da 100 a 200 persone.

L’ordine dei lavori, sotto presidenza thailandese, è scandito da relazioni di esperti; poi c’è la discussione. Se un rappresentante della società civile vuole intervenire alza il cartellino e, aspettando il suo turno, la parola gli viene data. Avrebbe quattro minuti di tempo, ma in realtà può sforare.

Il tema specifico trattato il 9 maggio è la relazione tra la sicurezza del singolo Stato e la sicurezza effettiva che deve essere collettiva, comune. La sicurezza individualistica fondata sulla paura ha portato alla “deterrenza nucleare”, che è motore di proliferazione e garanzia, prima o poi, di autodistruzione. E’ una concezione della sicurezza che separa la “ragion di Stato” dai cittadini e dall’Umanità che deve essere a fondamento della “sovranità” attribuita alla comunità degli Stati.

Le organizzazioni della cittadinanza attiva registrate e presenti sono ICAN, la WILPF con Reaching Critical Will,  Mayors for Peace, l’IPPNW, la Soka Gakkai, l’ILPI…

Le delegazioni degli Stati presenti sono quelle che hanno aderito alla proposta del Messico, che ha fatto passare l’OEWG all’ultima assemblea generale dell’ONU. Mancano le nove potenze nucleari (anche se l’India e il Pakistan si sono astenuti sulla proposta), contrarie all’iniziativa: ma hanno chi difende le loro posizioni, in particolare i paesi della “condivisione nucleare NATO”, tra cui l’Italia. In febbraio questi paesi, detti dell’”ombrello nucleare”, sono intervenuti in modo martellante per esercitare una specie di ostruzionismo condizionante, dietro la foglia di fico del cosiddetto approccio “step by step”.

Il governo italiano è rappresentato da Vinicio Mati e segue, a parole, la linea di “mediare tra gli Stati nucleari e gli Stati non nucleari”; di fatto appoggia con toni sfumati la posizione americana. L’esempio di quanto detto lo fornisce l’intervento di Mati: gli “statunitensi” sostengono che la proibizione legale delle armi nucleari pregiudica la loro eliminazione e favorirebbe instabilità e insicurezza; gli “italiani” ufficiali, per mediare, si limitano a ripetere che potrebbe ostacolarla, ma non è detto in assoluto…

Ho contattato personalmente Mati mostrandogli la mozione del “diritto al disarmo nucleare” che Zaratti, primo firmatario di SI-SEL, dietro nostra ispirazione, ha fatto approvare alla Camera: mi ha risposto che non ne sapeva nulla e che si sarebbe informato in proposito.

L’Italia, insomma, almeno per il momento, non segue l’esempio olandese, il cui Parlamento spinge il governo ad appoggiare, nonostante l’appartenenza alla NATO, il “fronte” dei paesi antinucleari. Ma noi “disarmisti esigenti” siamo qui per questo: esercitiamo lobbyng in senso positivo per fare evolvere una posizione abolizionista dell’Italia, che deve significare anche impegno per la rimozione delle armi nucleari dal proprio territorio.

In generale, siamo consapevoli che la “battaglia” per il disarmo nucleare, decisiva e propriamente “vitale” per le sorti dell’Umanità, deve essere globale e collegarsi a movimenti e iniziative globali.

Vediamo una speranza nel “fronte” dei paesi non nucleari che si va serrando e radicalizzando: il negoziato per il Trattato di interdizione è sul tappeto. Speriamo che emerga la decisione di stipularlo anche a prescindere dall’opposizione iniziale delle potenze nucleari (e dei loro reggicoda).

Un iter convincente lo ha prospettato il delegato dell’Ecuador in collegamento con la CELAC (Conferenza degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi): Trattato di interdizione entro il 2017, Convenzione ONU per l’eliminazione nel 2018.

Resta un problema di fondo: quella che Luigi Mosca definisce la “letargia” dell’opinione pubblica rispetto alla più grave minaccia che incombe sulla sopravvivenza dell’Umanità, se si considera che la guerra nucleare può essere scatenata persino per caso o per errore. Colpa della manipolazione dei media mainstream, ma anche di colpevoli ed “autonome” tendenze alla rimozione delle realtà scomode, nel momento in cui si coltivano generalmente, proprio da parte della gente comune, “immaginari” semplicistici e illusori.

Il problema più importante per l’Umanità, quale sia la “razza” (?), il genere e la nazionalità, è discusso in un’ala laterale del Palazzo delle Nazioni Unite; ma è laterale anche nell’interesse del pubblico che non manifesta in massa, non fa sentire la propria voce come sarebbe necessario (e come ha fatto, ad esempio, alla COP 21 di Parigi). La questione non è di poco conto, perché potrebbe caratterizzare il paradosso di élite impegnate che ottengono un risultato istituzionale importante non radicato nella coscienza collettiva.

Nel 1928 il Patto Briand-Kellog addirittura abolì legalmente la guerra: ma ciò non impedì l’affermazione del nazismo e l’esplosione del secondo conflitto mondiale, con i suoi 65 milioni di morti e l’inizio dell’era atomica con le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki …

Alfonso Navarra(pressenza)

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