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Smash per Spielberg

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( di Carlo Di Stanislao) – Per “Smash” la Nbc non ha badato a spese e non si è fatta mancare nulla: tra i produttori ci sono il solito Steven Spielberg con la sua Dreamworks, Craig Zadan e Neil Meron e nella cabina di regia Rob Marshall, autore, nel 2002, di “Chicago”, vincitore di ben 6 premi Oscar.
La sceneggiatura è firmata da Theresa Rebeck (Law & Order. C.I.) su un concept dello stesso Spielberg.
Il grande compositore Marc Shaiman, con decine di colonne sonore al suo attivo, è l’autore delle musiche con Scott Wittman e tra i protagonisti la star di Will&Grace, Debra Messing , il premio Oscar Anjelica Huston e Katharine McPhee, finalista di American idol e star emergente dello showbiz Usa.
Anche Uma Thurman sarà della partita, con un cameo in 5 episodi della serie.
Una “collezione di talenti”, che, come commenta l’Hollywood Reporter, non è a buon mercato, se si pensa che solo il “pilota” è costato più di 7,5 milioni di dollari e gli episodi successivi, i 15 previsti della prima stagione, hanno un costo di circa 4 milioni a puntata.
Di nuovo (dopo il recente My Week With Marilyn), al centro della vicenda, l’intramontabile Marlyn Monroe, con una storia nella storia, che racconta il tentativo di trasformare la vita dell’attrice più amata della storia del cinema, in un musical di Broadway, con numeri di ballo e canzoni alla maniera di “Glee”, il musical della Fox cui la nuova sierie, targata Spielberg-NBC, strizza decisamente l’occhio.
Ma qui la breve, intensa, infelice vita di vita di Norma Jeane Baker, che arriva alla Fox come Manrlyn Monrore e viene usata in piccole parti, fino al 1950, quando John Huston le attribuisce qualche posa in più in Giungla d’asfalto, è solo un pretesto per svolgere il plot della serie, in cui due attrici Karen Caterwright (Katharine McPhee) e Ivy Lynn (Megan Hilty), una perfetta sconosciuta e uno dei volti più famosi di Broadway, si contendono la parte, come in “Eva contro Eva” (rivisto ieri sera, in un tour con tre titoli che Iris ha dedicato a Bette Davis), in cui la Monroe fa la sua seconda, minima apparizione.
La prima stagione di Smash racconta proprio le fasi preliminari della realizzazione del musical: dalla stesura della storia ai casting, dalle prove al debutto e vuole far luce sul mondo difficile e competitivo dello spettacolo, dove si riversano anche le storie personali di ogni personaggio.
Il battage pubblicitario è stato spettacolare, con un promo passato anche negli spazi tv più costosi: quelli del Superbowl.
Il “pilota” è andato il 6 febbraio e, pare, la risposta sia stata più che buona.
In realtà il pilot , già distribuito in anteprima attraverso alcuni canali online e visto dalla critica nel giugno scorso, aveva subito raccolto recensioni positive, tanto da essere selezionato come uno degli otto vincitori del “Most Exciting New Series”, nella categoria dei Critics Choice Awards per la tv.
” Una sapiente miscela di dramma con l’emozione di un reality” è il commento della stampa specializzata negli USA, dopo la prima in tv e noi non stentiamo a crederlo, date le professionalità ed i soldi messi in campo.
La serie, in fondo, è tutta nelle corde del suo “deus ex machina”: Steven Spielberg , che è tornato, anche al cinema, a produzioni faranoiche per il grande pubblico, come ai tempi di “Jurassic Park” e “Indiana Jones”.
Così, a distanza davvero di poco tempo dall’uscita di “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno”, Spielberg torna a strizzare l’occhio al successo sicuro ed annunciato con “War Horse” (in corsa agli Oscar con sei nomination), anche in questo caso preso da un libro (scritto nel 1982 da Michael Morpurgo), che mostra tutti i vizi e tutte le virtù del regista di “ET” e che, non tanto perla scelta di trasporre una storia triste ma edificante, quanto per alcuni aspetti realizzativi, presta il fianco a più di qualche perplessità.
E soprattutto misura la distanza fra lo Spielberg degli inizi (“Duel”, “Sugarland Express”) e quello attuale, che pure, a volte, recupera forza e capacità espressiva,come ne “Il colore viola” o in “Schindler’s List” e ancora in “Amistad” e “Munich”.
Un autore contraddittorio che da una parte litiga con la Paramount, accusandola di farlo lavorare con tempi ridotti e a denti stretti, dall’altra stipula un contratto di 5 anni con il gruppo Reliance ADA Group, compagnia di telecomunicazioni indiana e casa di produzione della sfavillante Bollywood.
Dall’Aprile del 2011, appunto con Reilance, Spielberg sta lavorando ad un film su Lincoln, in cui Daniel Day Lewis sarà il 16º Presidente degli Stati Uniti d’America e Sally Field, Mary Todd, la battagliera moglie del presidente.
Smash vuol dire “distruggere” e vuol essere una riflessione sul distruttivo mondo dello spettacolo, tema più che percorso al cinema (ed in teatro), ma, credo, particolarmente ben trattato (senza enfasi spettacolare), da Niccolò Ammanniti nel suo “Che la festa cominci”, libro pubblicato nel 2009, con una storia impazzita che ricorda certi musical degli anni ottanta, dove tutto è esagerato e paradossale, dove i confini tra il male e il bene non sono più tracciabili, tutto può essere accettato, importante che raccolga consensi e plausi pubblici.
In quel romanzo Ammaniti, che non è un fustigatore delle storture e delle deviazioni di certa umanità e di certo spettacolo, imbastisce una favola a parti rovesciate, con uomini animalizzati, espressi in tutta la loro ferinità.
Ma questo fa parte della tempra “latina” dello scrittore e non credo appartenga alle corde di un americano, molto più prossimo, per sensibilità e formazione, alla morale” manzoniana” della peste, che amministra la giustizia separando i vizi dalle virtù.
Una cultura, in fondo, che come scrive Giorgio Manganelli (“De America. Saggi e divagazioni sulla letteratura statunitense”, Ed. Macro), anche con Nabokov e Salinger, è animata da una malizia che è amante delle situazioni estreme e rovinose, ma riluttante al tragico esplicito.
Ma mentre Salinger è un “mistificatore tragico” che possiede il dono di “costruire una tragedia autentica utilizzando esclusivamente ciarpame”, non so se questo dono, pur posseduto in pasato, sia rimasto nel cuore e negli occhi di Spielberg.

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