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Tutto per niente

Tutto per niente

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(di Carlo Di Stanislao) – A proposito di qualunquismo e furba antipolitica la coppia Antonio Albanese – Giulio Manfredonia torna a puntare il suo caleidoscopio di invenzioni becere e kitch sulla peggio Italia di oggi ed incassa, in soli cinque giorni, 16 milioni di euro, dimostrando che è questo che l’italiano medio vuole.

Clonando per tre il suo Cetto la Qualunque, con il veneto Olfo Favaretto, secessionista trafficante in clandestini e il fumatissimo Frengo Stoppato, guru-spacciatore con madre castrante (Lunetta Savino) e ambizioni religiose, deciso a cercare la santità nell’hashish e nei rave, vuole rappresentare una classe politica che si veste di maschere futuribili e televisive, fra ciuffi impennati nel gel e pettorine metalliche tra Custer e Star Trek e siede in un parlamento sulle cui pareti scorre una scritta ossessiva:”Un condono è per sempre: vota sì”.

“Tutto tutto niente niente” è un film poco ispirato e sostanzialmente scentrato, in cui la satira politica di Albanese, come nel precedente e non migliore “Qualunquemente”, non va mai al di là della frecciata bozzettistica e non risulta neanche in una sola scena caustica o graffiante. Cetto, Rodolfo e Frengo sono tre mostri della contemporaneità, tratteggiati frettolosamente, tagliati con l’accetta e deboli in efficacia, incapaci di evolversi al di là del loro status di macchiette.

Per questo il film è il classico divertimento inutile per famiglie genericamente incazzate: una visione di esasperazioni psichedeliche con colori sgargianti, immagini sempre piene, inserti oniro-psichedilici, abbondanza di suggestioni e rimandi (“Nuova loggia P5” campeggia tra i palchi di un futuristico parlamento così simile, non casualmente, ad un’arena romana), che non porta proprio a niente.

Un’occasione mancata (a parte, come si diceva, gli incassi), una burla senza mordente, una parodia dimenticabile e inconsistente,  che non migliora il grado di coscienza dello spettatore e non è neanche da prendere in considerazione sotto il profilo estetico.

A parte il battage pubblicitario e l’uscita faraoinica(per noi), con 700 copie, un film inconsistente come inconsistente fu la presenza di Albanese (come degli altri italiani: Benigni, la Muti e Alessandra Mastronardi), nel flop romano di Woody Allen.

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