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Verità nere fra vita e letteratura. Con Dicker il giallo volta pagina

Verità nere fra vita e letteratura. Con Dicker il giallo volta pagina

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(Di Carlo Di Stanislao) Da anni si dice che scrivere noir è un modo intelligente per aggredire il contemporaneo, raccontandone il lato oscuro ed il caso Larsson prima ed ora quello Dicker, ci dicono che è proprio così.

Solo che fra l’autore svedese di “La ragazza che giocava con il fuoco , ”Uomini che odiano le donne” e “La regina dei castelli di carta” ed il giovane svizzero divenuto caso letterario in Francia ed ora in Italia con il suo La verità sul caso Harry Quebert”, vi è una profonda differenza. Larsson è un comunista combattente che denuncia le ingiustizie di una società corrotta e, neanche troppo occultamente, si propone di cambiarla; mentre Dicker è, per dirla ancora con Welles, uno che usa “l’’arte come menzogna che ci fa capire la verità”. “La verità sul caso Harry Quebert” (Bompiani, pagg. 784, 19,50 euro) ha fatto gridare al miracolo la critica francese e ha già venduto centinaia di migliaia di copie in Francia, Svizzera Belgio ed Italia, frutto di due anni di lavoro e di trenta stesure che infine hanno prodotto ciò può essere definito un whodunit, (contrazione di Who has done it?), ovvero un giallo deduttivo, dove si disegna una scena editoriale competitiva, in cui oggi sei un dio in terra e domani rischi di trovarti fallito e citato in giudizio per inadempienze contrattuali, il tutto giocato con l’ architettura di un thriller che si compone di piani sovrapposti, in cui la letteratura e la scrittura rimangono però sempre al centro, dove si parla di boxe e di letteratura, del bisogno di scrivere, delle idiosincrasie degli scrittori (il blocco, il terrore della pagina bianca, ecc.), e dei dogmi, degli intrecci ed osmosi tra i libri e la vita.

Nel libro c’è un manoscritto, Le origini del male (il capolavoro di Harry Quebert), legato in qualche modo alla sparizione della quindicenne, uno scrittore (Marcus Goldman) che indaga sul caso e che su questo caso scrive a sua volta un romanzo. Molti hanno visto ne “La verità sul caso di Harry Quebert “un omaggio a “La macchia umana” di Philip Roth (amicizia tra due scrittori, riabilitazione del proprio mentore, ambientazione nella provincia americana), mentre altri vi hanno intravisto, in tralice, il Nabokov di “Lolita”.

Ciò che è certo è che la scrittura fila via come una rasoiata e l’intera storia si divora (e ci divora), d’un fiato.

“ la verità sul caso Harry Quebert” è un fiume in piena, che travolge il lettore e lo calamita dalla prima all’ultima pagina.

Come ha scritto De Cataldo su Repubblica, trainate dal trionfo degli archetipi, le pagine scorrono inquiete e veloci. Tanto febbrili che, se non sapessimo che Dicker esiste veramente, penseremmo alla beffa di una sofisticata intelligenza meccanica, un raffinato “software” di ultimissima generazione che si diverte a edificare una monumentale epopea post-moderna avulsa da qualsivoglia seduzione del realismo. Ma Dicker c’è, e del senso dell’opera è lucidamente e onestamente consapevole: voleva scrivere proprio questo, un romanzo “voltapagina”, sedotto dalla meticolosità narrativa di serie televisive come “Homeland”.

Nato a Ginevra nel 1985, Joël Dicker è al suo secondo romanzo,dopo “ Les derniers jours de nos pères”, che ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010.

Questo noir medidabondo e con “anime stropicciate”, ha ottenuto il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e, nello stesso anno, il Prix Goncourt des lycéens 2012, per poi esere tradotto in 25 lingue.

Ne avvessimi la possibilità ne acquisterei i diritti di sfruttamento cinematografico e ne caverei un film in bianco e nero (ma alla maniera di “Collateral” di Michael Mann), con minimi movimenti di macchina (alla Ozu), ispirandomi a “Il mistero del Falco” di Preminger e “La donna del ritratto di Fritz Lang, ma aggiornato con un montaggio sincronico come nei film di Dassin, Melville e Chabrol e vari flashback come ne “ I cattivi non dormono in pace” di Kurosawa.

Ed anche con un basso budget ed un regista appena attento, ne verrebbe fuori qualcosa di superiore e diverso rispetto anche ad ottimi titoli recenti, come: “Violent cop, Sonatine, Hana-bi” di Takeshi Kitano; “The Departed” di Martin Scorsese e la cosiddetta triologia della vendetta (“Mister Vendetta”, “Oldboy” e “Lady Vendetta”) di Park Chan-wook.

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