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Cinefestival dei grigiori

Cinefestival dei grigiori

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(di Carlo Di Stanislao) – Fra bighe e centurioni e la proiezione, a sorpresa, del kolossal, restaurato, Benur, si è aperto,  sabato,  il Festival Internazionale del Cinema di Roma: il primo senza Rondi e con Muller alla regia, con lo “sbarco” di  sette film e due documentari italiani, sovvenzionati dalla Regione Lazio e con Claudia Pandolfi, in Versace Rosso-Fucsia, a fare da madrina.

Sul tappeto rosso doveva esserci un’enorme Lupa capitolina firmata da Dante Ferretti, ma i costi hanno costretto il Festival ad optare per cinque sculture in vetroresina e legno, alte oltre tre metri, che rappresentano l’omaggio (molto melanconico, invero) a Cinecittà, con la Divinità egiziana, reperto della Cleopatra kolossal di Mankiewicz (1963), il Drago cinese che appare in Delitto al ristorante cinese diretto da Bruno Corbucci nel 1981, la Poltrona-mano che fa da sfondo a Codice privato di Citto Maselli (1988), la Divinità greco-romana ripresa nel Gladiatore di Ridley Scott (1999) e il Buddha ridente di Gangs of New York,  girato nella Hollywood sul Tevere da Scorsese,  nel 2002.

Le molte anime di questa settima edizione si sono già viste, fra documentari-omaggio a Verdone e un nuovo film (in verità molto breve e non molto interessante) di Manuel De Oliviera che avrà 104 anni fra un mese, più un par terre ingombro di asiatici, sperimentazioni al Maxxi e la pre-apertura, venerdì all’Auditorium,  affidata a Waiting for the Sea, del regista tagiko Khudoijnazarov, un film visivamente epico e intriso di grandi valori, in cui l’attesa di un mare, la cui scomparsa amplifica ancor di più l’esperienza della perdita, vorrebbe inghiottire ogni gesto, ogni sensazione, ogni esistenza nel suo vuoto inglobante; un film  cui l’uomo comune viene investito dal fato di un compito ingrato, ovvero quello di fronteggiare e sopravvivere all’opposizione di ogni forza della natura, ma che, da lì dalle tesi, è lungo, pesante, pedante e noioso.

Cospicuo il numero di anteprime mondiali annunciate in questa edizione, con grande strizzata d’occhio al pubblico giovane, un furbo mix di film spettacolari, proposte d’avanguardia, animazione e cinema dell’Estremo Oriente (tanto amato da Müller).

Tra i più sottolineati: l’ultimo capitolo della saga Twilight (Breaking Dawn parte II), Main dans la main della francese Valérie Donzelli, 1942 di Feng Xiao Gang con Adrien Brody, Marfa Girl di Larry Clark,  Mental di Hogan, Bullet to the head di Wather Hill (che riceverà anche il Marc’Aurelio alla carriera).

Quanto ai tre film italiani in concorso, affrontano temi molto diversi. Alì ha gli occhi azzurri di Giovannesi parla di razzismo e integrazione;  Il volto di un’altra, con la regia di Corsicato, è una commedia sulla smania del lifting; mentre E la chiamano estate di Franchi,  mette in scena un’ossessione erotica con molte scene di nudo e sesso esplicito, su cui già girano gossip e polemiche.

Ieri il film d’esordio (come regista) di Carlo Lucarelli, tratto da un suo libro, intitolato  “L’isola dell’angelo caduto”, ha deluso,  come anche l’atteso film russo “Spose celesti dei mari”.

Ciò che invece è piaciuto ed anche molto,  è il francese (ancora la Francia in primo piano dopo “The Artist” e “Quasi amici”) Populaire, esordio di Régis Roinsard, commedia gentile e raffinata,  che ha fatto contenti critica e pubblico e a ricevuto quello che fin’ora è l’applauso più lungo e convinto.

In una giornata piena di pioggia e grigiore, sempre ieri, Adrien Brody e Jude Law, tra i pochi divi attesi al festival, hanno fatto solo una brevissima apparizione, mentre il maestro Giuliano Montaldo, protagonista del documentario su di lui Quattro volte vent’anni, ha portato un po’ di politica (ed intelligenza) all’Auditorium.

Sbiadito e poco avvincente il video di Emiliano Montanari ‘Full Metal Joker’,  dedicato all’immortale personaggio interpretato da Matthew Modine, proiettato subito dopo la versione restaurata, in  occasione del suo 25° anniversario, di “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick.

Magniloquente, ma in fondo grigio anche il cinese, in anteprima mondiale e in concorso, Back to 1942, diretto da Feng Xiaogang, uno dei registi più amati in patria, costato, secondo IMDb, circa 33 milioni di dollari e che racconto, con i toni epici di un kolossal, la carestia che colpì la Cina nel 1942,  che provocò  la morte di almeno tre milioni di persone nella provincia di Henan, con la guerra fra  giapponesi e reparti dell’esercito nazionalista a bloccare intere forniture di grano, deviate  verso le truppe cinesi.

Certamente lo sforzo produttivo si vede ed alcune scene sono davvero emozionanti: Ma il film  è davvero imperfetto a causa di una sceneggiatura che prova a raccontare ‘troppo’, finendo così per allungare un brodo che poteva e doveva essere meno ricco, lungo e noioso.

Nel voler portare in sala una vera e propria guerra tra poveri, con i cinesi affamati e soldati mandati a morire, Xiaogang sbaglia, gettando a caso nella mischia religione e politica.

Il personaggio di Tim Robbins, ovvero l’italiano Padre Simeone, nasce e muore in pochi minuti, trascinando a fondo la ‘fede’ degli stessi protagonisti, così come non entusiasma l’appassionato giornalista americano Theodore White, interpretato da un Adrien Brody apparentemente in forma, viene presto ‘cestinato’ dal regista.

Da una parte toccante, dall’altra evitabile,  Yi Wu Si Er, questo il titolo originale, è una pellicola produttivamente ‘grandiosa’, storicamente precisa, politicamente coraggiosa, nel denunciare le colpe governative nella morte di 3 milioni di cinesi e visivamente d’impatto (esclusi troppo atroci effetti speciali);  ma nel complesso troppo articolata, nell’oscillare tra tragedia e burocrazia, tra fatti e motivazioni, tra guerra e religione.

Unica cosa fuori dal grigiore che avvolto queste prime giornate dio Festival,  è stato Carlo Verdone,  che sabato presenziato al documentario su di lui (intitolato semplicemente “Carlo”) e ci ha raccontato la sua melanconia mista ad ironia feroce e la virata, dopo la fase Sergio Leone, verso una commedia più matura e malinconica con Compagni di scuola, forse il suo film più nero e meno compreso.

Da lì inizia un vero e proprio mosaico creativo, con  Gallo Cedrone che anticipava la mitomania di oggi, Viaggi di Nozze, che è una piccola lezione sociologica su un periodo molto particolare e, ancora, e Perdiamoci di vista, piccolo gioiello sul rispetto della differenza e sull’amore.

Verdone e Populaire a parte, per ora il festival non è né glamour né coraggio e insomma appare un po’ tirato via, senza star e starlette e senza opere davvero nobili o originali, in nessuna sessione.

Molto meglio, lo scorso mese, il Med Film Festival, il festival più antico (e dimesso) della capitale, dedicato al cinema Mediterraneo e giunto, quest’anno, alla 18° edizione, che ha aperto coraggiosamente con Noor, dal nome del protagonista, una  sorta di road movie in cui  un trans vuole tornare ad essere un uomo, lascia  la “Khusras”, la comunità transgender pakistana e sceglie di fare un lavoro da uomo, in un’officina di decorazioni di camion, iniziando una affannosa ricerca di una donna che lo ami così com’è, con le  immagini, fotografate da Jacques Ballard, che corrono lungo la strada del Karakoram, attraverso le montagne, fino a raggiungere le terre del Gilgit, la valle di Hunza e il lago Shadur, e raccontano una storia vera, commuovente, una parabola sull’amore e la libertà.

Un film minore da festival minore,  ma che illumina il cinema molto sopra al grigiore, non solo atmosferico, che per ora aleggia sul red carpet allestito da Muller.

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