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Leopardi favoloso a Venezia

Leopardi favoloso a Venezia

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(Di Carlo Di Stanislao) Favola laica su un uomo particolare ed uno straordinario poeta: il più grande con Dante, nello smisurato susseguirsi della nostra letteratura.

Dopo la proiezione, ieri in concorso, de “Il Giovane Favoloso”, film di due ore e 20 minuti su Giacomo Leopardi, diretto da Mario Martone, con un Ennio Germano strepitoso, tutti scrivono che a lui andrà il Leone D’Oro, sicché, quest’anno, il nostro cinema avrà fasto il pieno di premi, fra Cannes, Golden Globe, Oscar e adesso Venezia.

Non sappiamo se ciò sarà vero, ma certamente Martone ritrova il suo spirito migliore dopo il deludente “Noi credevamo” e altrettanto certamente Ennio Germano crea un Leopardi esteriormente fragile ed interiormente corazzato, tale da essere indimenticabile nelle sue intuizioni e convinzioni, nelle sue filosofie ed anche nella accennata omosessualità che si esplicita nell’amicizia molto discussa con Antonio Ranieri, il fumantino patriota napoletano che lo accompagnerà dal 1831 fino alla morte, nel 1837.

Il film si divide in tre parti in base ai luoghi in cui è vissuto Leopardi nei diversi periodi: Recanati, Firenze e Napoli, con quest’ultima che appare la migliore, viscerale e cupa, surreale a tratti, in cui Martone recupera lo spirito narrativo di “Morte di un matematico napoletano” , con il colera e l’eruzione del Vesuvio, raccontati con ispirazione assieme al fido Renato Berta alla fotografia, Iacopo Quadri al montaggio e al dj berlinese SaschaRing alle musiche.

Martone crea una figura geniale e mai pedante, melanconia ma mai disperta, con una via crucis progressiva fatta di deformità fisica e straordinaria capacità mentale che lo porterà a creare una sorta di “scetticismo ragianoto” ed una melanconia di fondo che, a dispetto di Croce, non dipende solo dai suoi tanti malanni.

Insomma, con intelligenza, Martone recupera l’idea di Benedetto Croce solo in parte e si vota a quella di Luporini e di tanti critici di sinistra, che, dal 1940 in poi, videro in Leopardi un progressista ed un socialista ante-litteram, con una fiducia cieca nel “generale progresso dell’incivilimento”, smentendo in larga parte l’abbruzzese che per Leopardi aveva creato l’aggettivo “allotrio”,  per indicare ciò che è estraneo all’estetica, rifacendosi al vocabolario filosofico tedesco dell’Ottocento e al greco λλóτριος, che significa “ estraneo”, per dire che l’estraenità alla bellezza portò il poeta al totale pessimismo.

Martone, invece, ci racconta un uomo non completamente infelice e, servito da un favoloso Germano (certamente il maggior attore italiano di adesso), crea una riflessione su un pessimismo intelligente che non esclude l’ottimismo della volontà.

Insomma, a parte le immagini superbe ed il grande racconto, la filosofia del film è tutta imperneata su due temi: l’alchimia della creazione artistica e l’idea che occorre non perdere mai la consapevolezza che la vita è fatta di imprevisti ed è sempre capace di sorprenderci e non solo in senso negativo.

Il 30 maggio 2011 Francesco Alberoni sul Corriere, ha scritto la medesima cosa e, molto tempo prima in varie poesie e varie parti delle “Operette” e dello “Zibaldone”, lo ha fatto Leopardi, che non fu mai animato da pessimismo paralizzante e mai completamente paralizzato dalla sfiducia.

Sicché, attraverso questa storia, Mario Martone ci ricorda che lo spirito di base che ci anima, come italiani e specialmente italiani del Sud (quali il recanetese era) è un pessimismo intelligente per il quale non si dà mai nulla per scontato.

Una filosofia antica che viene da Plutarco, quando ci parla, ad esempio, di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore, che logorò l’avversario e lo costrinse alla ritirata e che è assente negli uomini che credono solo nel potere, come Napoleone (che infatti era francese), il quale non comprese che occorreva ritirarsi rapidamente da Mosca.

Gramsci, che conosceva molto bene Leopardi e sommamente lo amava, nella lettera al fratello Carlo, datata 9 dicembre 1929, no a caso scriveva: “l’uomo ha in se stesso la sorgente delle proprie forze morali, che tutto dipende da lui, dalla sua energia, dalla volontà, dalla ferrea coerenza dei fini che si propone e dei mezzi che esplica per attuarli sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista per la volontà”. 

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