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Premi a Berlino, con incassi e Sanremo

Premi a Berlino, con incassi e Sanremo

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(di Carlo Di Stanislao) – La fine di un festival è sempre triste. Le sale e le strade si svuotano, restano i sogni e i sentimenti, che i film, belli o brutti che siano, hanno dispensato per dieci giorni. Ma la tristezza è minore quando il bilancio, come a Berlino, è positivo.
L’Orso d’Oro è andato a Child’s pose, film romeno del regista Calin Peter Netzer, mentre l’Orso d’Argento per la sceneggiatura se lo è aggiudicato Jafar Panahi, iraniano, che non ha potuto ritirare il premio personalmente, nonostante vari appelli al governo di Teheran, sicché, sul palco della Berlinale ci sono stati il co-regista Partovi e la protagonista Maryam Moghadam.
L’altro Orso D’Argento, quello per la regia, è andato a David Gordon Green, per il film Prince avalanche, mentre il bosniaco Nazif Mujic, si è aggiudicato sia il Gran Prix della giuria che il premio per il migliore attore.
Al di là di una valutazione che concerne la gerarchia dei premi, i film che hanno ottenuto dei riconoscimenti sono sicuramente i migliori di questa edizione, anche per quanto concerne le sezioni minori.
“Gloria” del cileno Sebastian Leilo, ritratto agrodolce di una cinquantenne separata in cerca d’amore, ha convinto i membri della giuria che lo hanno ecumenicamente premiato “per avere ricordato, in modo gradevole e contagioso, che la vita è una celebrazione cui tutti sono invitati, al di là della loro età o condizione sociale, e che la sua complessità è soltanto una sfida ulteriore a viverla pienamente”, assegnando anche, all’unanimità, a Paulina Garcia il premio per la migliore attrice.
Infine il premio Alfred Bauer a Vic+Flo ont vu un ours, del canadese Denis Côté, un film innovativo e coraggioso, raccontato con grande piglio e senza cedimenti o cadute.
Il festival di Berlino, come ogni anno, ha svolto il suo compito premiando pellicole socialmente impegnate, ben girate e ben interpretate.
Dieter Kosslick, il patron della Berlinale, 63 anni, è un maestro nel mischiare i generi, nel barcamenarsi con eleganza tra film commerciali, e pellicole per addetti ai lavori, che difficilmente il pubblico normale riuscirà a vedere. Diciamo, tra i soldi e la cultura. Ma il confine non è sempre netto. Il compromesso è sempre in agguato, con qualche sorpresa. Side effects con Jude Law è un buon thriller hollywoodiano, Elle s´en va con Catherine Deneuve sarà una favoletta con lieto fine, ma è deliziosa nonostante la sceneggiatura scricchiolante. Catherine è così bella che non serve neanche una storia, aveva detto di lei François Truffaut. Il film intellettuale snocciola luoghi comuni, e quello commerciale magari ha qualche idea che fa pensare. Treno di notte per Lisbona, tratto dal sopravvalutato best-seller di Paul Mercier, pseudonimo di un professore universitario berlinese, due milioni di copie solo in Germania, è un fotoromanzo vecchia scuola, improbabile e allettante. Perché no? Promise Land prodotto e interpretato da Matt Damon, è la solita storia buonista americana: i semplici contadini sapranno opporsi agli speculatori in cerca di gas sotto i loro campi? Non manca il lieto fine. Alle pellicole americane basta tagliare l´ultima sequenza per conoscere la verità. “Non ho incassato molto” ha ammesso Damon alla conferenza stampa “ma lo prevedevo. Chi tocca l´ecologia da noi negli States va incontro al fallimento. Però era una storia che volevo raccontare.”

Infine, Before Midnight di Richard Linklater ha chiuso la trilogia iniziata nel 1994 con Before Sunrise e continuata con Before Sunset: Julie Delpy e Ethan Hawke invecchiano insieme con il loro amore cinematografico, si incontrano sul treno per Vienna nel 1994, si rivedono a Parigi nove anni dopo, e ancora un decennio si ritrovano divorziati e risposati in vacanza a Creta. E parlano, litigano, si riconciliano senza fine, per l´orrore dei cinefili che amano i film senza dialogo. Una trilogia che sarebbe piaciuta a Truffaut.
Berlino è anche un ottimo affare, che fa incassare e non sborsare soldi ai berlinesi. Mentre a Roma i romani pagano per la loro Festa del Cinema, qui Kosslick, al comando dal 2001, non paga nemmeno un euro alle star: chi vuole si paga la trasferta di tasca sua o della sua casa di produzione.
Quest’anno, poi, non c’era neanche un film italiano in gara e si è solo voluto rendere omaggio a Tornatore.
Anche la stessa Germania era presente con un solo film: lo splendido Golddi Thomas Arslan, storia di un gruppo di emigrati della Germania alla ricerca dell´oro nel Klondike del 1898, un western atipico fra Sergio Leone, Corbucci e l´ultimo Tarantino, che è molto piaciuto al pubblico.
Ciò che resta, dopo il Festival e come ogni volta da Berlino, è che anche se non ha l´eleganza di Venezia o l´arroganza di Cannes, vive nella sua città e con i suoi abitanti che non hanno paura di sentirsi provinciali. Fanno la fila sotto la neve per un autografo, e gli spettatori arrivano anche da fuori, grazie anche al fatto che la metropoli non è cara. La sezione per i giovanissimi vede il tutto esaurito. Si conquistano gli spettatori di domani, mentre altrove le sale rimangono vuote.    “Chapeau” per Berlino e la sua Berlnale, che ci dimostrano, da anni, che il popolare non è necessariamente becero, brutto o banale, cosa che da noi, a parte nel Sanremo recente di Fazio-Litizzetto, si dimentica troppo spesso.
Un festival con share medio del 50%, con una conduzione innovativa, allegra e divertente, dove i presentatori sono stati due, un uomo e una donna, e con nessuno che ha avuto un ruolo secondario.
L’ultima serata è stata aperta, con 15 milioni di spettatori a bocca aperta, dalla Cavalcata delle Valchirie di Wagner con direzione di Daniel Harding che dopo avere proclamato l’internazionalità della musica, , dirige ancora un’aria notissima, La marcia trionfale dell’Aida di Verdi, a entrambi i grandi compositori nati 200 anni fa.
C’è l’hanno fatta ad arrivare secondi (e non solo a ricevere il premio Mia Martini), “Elio e le storie tese” , unici ed originali, nei modi ma anche nei contenuti. Marco Mengoni, a tarda notte, è primo e terzi i Modà, ma la vera vincitrice è lei, “Lucianina”, una donna intelligente e normale che dedica il suo monologo alla non bellezza, ma a chi pur non essendo bello ha fatto grandi cose nella vita, come Totò o Levi Montalcini.
E’ lei la vincitrice morale di un bel Festival, perché non si prende sul serio , non predente di essere ciò che non è e si veste con abiti di nuovi stilisti, per essere, nonostante il palco de l’Ariston, il più naturale possibile, nel trucco nell’acconciatura e nei modi.
Stasera si riparte con Volare, con Beppe Fiorello, per arrivare a primavera ai nuovi episodi di Montalbano con Luca Zingaretti ed il solito cast e ai nuovi show come Red Or Black, con l’inedita coppia formata da Fabrizio Frizzi e Gabriele Cirilli e l’atteso talent musicale The Voice. Tornano pure il Medico in famiglia e la suora Elena Sofia Ricci, ma so già che rimpiangerò le prime serata con Fazio e Litizzetto.

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