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Avati divorzia dal bello

Avati divorzia dal bello

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(Di Carlo Di Stanislao) Sei puntate in tre doppiette, domenica e lunedì (stasera l’ultima puntata), da domenica 29 dicembre, per raccontare la propria storia matrimoniale e familiare, fra Bologna e Roma, dopo la serie su quelli che Giovanni Paolo II definì “i militi ignoti della grande causa di Dio”, i cristiani martirizzati nell’Est dell’Europa nei decenni dell’impero comunista, andata in onda il venerdì alle 21.20, sul canale 28 del digitale terrestre, su 138 Sky e in streaming su www.tv2000.it, ventotto episodi in cui si raccontano sia le grandi figure che hanno pagato col martirio la loro opposizione, come padre Popieluszko o i cardinali Mindszenty, Wyszynski, Beran, ma anche e soprattutto i tanti sconosciuti, suore, frati e laici, che con immenso sacrificio hanno consentito alla Chiesa di sopravvivere. Operazione meritoria ma dalla riuscita didascalica e fiacca, come capita, secondo me, sempre più spesso ad Avati.

Bolognese, regista, cattolico praticante, sposato da 49 anni, ha sempre rifiutato (e giustamente) il profilo di intellettuale anticonformista e di sinistra, ma adesso, mi pare, stia esagerando con il conformismo più risaputo che lo ho portato molto lontano e molto più giù,dalle spesso geniali pellicole d’esordio, a partire da “Balsamus, l’uomo di Satana”, scritto, come quasi tutto, col fratello Tommaso, horror padano vietato ai minori, con protagonista un nano eccentrico dedito alla magia e alla deflorazione di vergini.

Naturalmente a molti “Un matrimonio” è piaciuto e l’hanno definito il garbato manifesto di un estremista moderato che non si è lasciato irretire dalla “fighetteria” progressista, senza tenere conto che la sceneggiatura banale e la recitazione poco ispirata, ne fanno una sorta di melanconico vintage con personaggi che sono macchiette, qualcosa al’opposto de “La meglio gioventù” che però, nonostante il successo, la Rai si guarda bene dal rimandare.

Anche a novembre, a solo sei mesi dall’episodio, il cottalicissimo ed intraprendente Avati, aveva pensato alla tv come scappatoia per il crollo del cinema e portato sul piccolo schermo, col titolo “”l bambino cattivo”, la vicenda di Brando, che aveva 10 anni quando fu prelevato a forza dai carabinieri, fra le urla dei parenti, portato in un residence protetto, vittima della lite fra i due genitori

Tutto sommato non meraviglia che il buon Pupi abbia considerato un “filmetto” “Sacro Gra” e si sia meravigliato che qualcuno abbia messo dei soldi per girarlo. Su Il Giornale ha criticato la scelta della giuria di Venezia dicendo che” non si da il Leone D’Oro” a chi non ha mai dimostrato di saper dirigere un attore. Ma allora, lui, dove si trovava mentre recitavano in 50 anni di storia i vari protagonisti della sua ultima fatica? Michela Rammazzotti neanche si capisce quando parla, Flavio Parenti è altrove nella metà delle scene, Katia Ricciarelli e Andrea Roncato recitano loro stessi, in piena (e spesso eccessiva) libertà e sugli altri è meglio tacere.

L’unica a cavarsela è Antonella Ferrari, la voce narrante ed anche la bambina paraplegica adottata dalla coppia di “cristianissimi” protagonisti, attrice e scrittrice milanese, classe 1970, affetta da sclerosi multipla, molto convincente nel ruolo di Anna Paola, non perché ben diretta, ma perché ha incarnato se stessa, con tanto di “erre” moscia, anche se a volte piuttosto fastidiosa.

Dopo il film di Avati mi è venuta voglia (per antidoto), di riguardarmi “Un matrimonio” di Robert Altman, dove una splendida canaglia, una brava ragazza, una famiglia piena di segreti, danno vita ad una storia davvero corposa e con sfumature e guizzi, ma anche disastri ed altre vicende che inducono a riflessioni.

Così mi sono rioconciliato col cinema ed ora, per farlo nei confronti della tv, cercherò di rivedermi, “il mulino del Po’”, sceneggiato del ’63, in cui Sandro Bolchi racconta con garbo ed acume la vicenda di un mugnaio che fa fortuna e della sua famiglia, riuscendo a non tradire il romanzo di Bacchelli, come non lo aveva tradito nei tre livelli narrativi (storico, sociale e personale), Lattuada, nel film da lui diretto nel 1949, riuscito affresco sulle lotte del bracciantato agricolo padano alla fine dell’Ottocento, realizzato con tre storie parallele: l’amore tra Berta Scacerni e Orbino Verginesi, le vicende dei mugnai Scacerni, l’adesione della famiglia Verginesi alla lega sindacale, che restituiscono davvero uno spaccato di vita e di storia nazionali.

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