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Dietro i candelabri lo star system peggiore

Dietro i candelabri lo star system peggiore

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(Di Carlo Di Stanislao) Quintessenza del kitsch, a metà tra il look del “glam rock” e la pura cafonaggine, Valentino Liberace, Lee per gli amici, fu un virtuoso del piano ed un autentica star degli anni 50-70. La sua vicenda è raccontata in “Dietro i candelabri”, particore biptic del poliedrico Steven Soderberg, raccontato attraverso gli occhi del giovane Scott Thornson, che fu amante del bisessuale artista, in un film pensato per la televisione e che doveva uscire nel 2008, ma che è stato rinviato per consentire a Michael Douglas (Liberace) di curarsi dal quarto stadio del tumore alla gola, ritenuto “troppo gay” dagli gli studios di Holywood e il cui trailer è stato pubblicato il 31 marzo 2013, con prima assoluta al Festival di Cannes il 21 maggio scarso.
Negli Stati Uniti d’America il film stato trasmesso direttamente in televisione su HBO il 26 maggio, mentre nel Regno Unito è uscito nei cinema il 7 giugno ed il 18 settembre in quelli francesi.
Ora arriva da noi e ci si aspetta una buona accoglienza, nonostante il tema, il narcisismo divorante, i lustrini eccessivi. Per il ruolo di Liberace si era dapprima pensato a Robbin Wiliams, mentre per quello del suo amante si è sempre immaginato Matt Dillon, anche se questo ha 42 anni, contro l’età reale di Thorson che ne aveva 22 quando Liberace morì.
Tratto dal romanzo “Dietro i candelabri. La scandalosa vita di Valentino Liberace, il più grande showman di tutti i tempi”, scritto dallo stesso Scott Thorson con Alex Thorleifson, racconta un momento simbolico della carriera dello showman morto a 68 anni nel 1987: l’incontro con Thorson, il giovanissimo autista che poi divenne il suo amante segreto, un rapporto che non solo dovette affrontare le luci dello spettacolo, ma anche e sopratutto la differente condizione sociale, con il tentativo di Liberace di plasmare il compagno a suo immagine e somiglianza, quasi come in una sorta di fusione di personalità.
E’ sta qui la forza della pellicola che, dietro le magniloquenti, kitsch, barocche, pomposissime e variopinte esibizioni, mostra un artista ed un uomo in costante lotta con il diniego del proprio orientamento sessuale, persino quando stampa e media parlavano della cosa come di un dato di fatto. Bravissimi i due protagonisti, applauditissimi a Cannes ed anche gli illustri comprimari: Dan Aykroyd, Scott Bakula, Debbie reynolds e Rob Lowe.
Ma bravo soprattutto Soderberg che gira un film che sembra una commedia ma non è affatto una parodia, dove si tratteggia a tutto tondo il ritratto di un uomo macerato e di un grande intrattenitore, che aveva fatto del palcoscenico la propria casa.
La cosa migliore è l’equilibrio tra il rispetto per i personaggi (tanto più notevole trattandosi di gente dalle vite abnormi) e l’ironia che traversa la maggior parte delle scene; senza scadere nella caricatura ma tenendo la giusta distanza critica tra l’osservatore e il mondo che rappresenta, regno della superficialità e dell’apparenza più estreme.
Sicché si capisce il vero motivo per cui Hollywood ha rifiutato il progetto che ha che fare non con la omosessualità, ma con contesto sovraccarico e terribilmente volgare, in cui la relazione diventa follia (Liberace si immagina erede di Ludwig II di Baviera e vive in una villa trompe-l’oeil non meno cafona dei palcoscenici di Las Vegas dove si esibisce), rendendo ancora più drammatica la denuncia dello star system americano, assumendo, nello sviluppo narrativo, toni sempre più seri e persino drammatici, con una rappresentazione di un universo artificiale che ci ricorda Fellini e, per sua interposizione, Fosse e Sorrentino.
Ancora una volta ci viene da dire che Soderrberg è un ottimo professionista, un abile regista, impeccabile dietro la macchina da presa, stilisticamente ineccepibile, anche se poeticamente ondivago – accanto all’esordio, “Sesso, bugie e videogame”, vincitore a Canne nel 1989, i suoi picchi sono Bubble e The Informant!, spesso carente di sensibilità vera (si veda il deludente “Che”), ma che qui si fa autore di una spettacolo coraggioso e che fa pensare, riuscendo a stanare il dettato di quel sistema hollywoodiano che vorrebbe opere più rassicuranti ed anodine operazioni, ma che, in questo caso, è stato battuto con l’aiuto dell’emittente televisiva HBO, già world famous per i serial che produce, che ha finanziato il progetto, concedendo libertà creativa e non lesinando sul budget.
Valore aggiunto è l’invecchiata ex-fidanzatina d’America Debbie Reynolds, scomparsa dal cinema a partire dagli anni settanta, straordinaria Eugenia in “Tra cielo e terra” di Oliver Sones nel 1993, qui madre di Lee, dolorosamente incapace di comprenderne dramma e diversità, come le era già accaduto nel 1997, in “In & Out” di Frank Oz. E mi viene da pensare che nella vita, la celebre madre non ha mai compreso il travaglio interiore della figlia, quella Carrie Fisher avuta dal cantante Eddie Fisher, indimenticabile Leila nella trilogia di “Guerre stellari”, vittima di abuso di droga nei tardi anni settanta e che ha dichiarato, più volte, che la persona che l’ha meno compresa è stata proprio lei, la madre. Dal best system Carrie si è allontanata in tempo, dopo aver interpretato film di culto come “The Blue Brothers” e “Harry ti presento Sally”, per diventare eccellente scrittrice con libri come “Cartoline dalla’inferno” (che racconta la sua dolorosa vicenda di incomprensioni con la madre e da cui è stato tratto un film nel 1990) e ancora “Wishful drinking” del 2008, divenuto un one-woman show e un documentario della Hbo che ha ricevuto molti riconoscimenti fra cui una candidatura agli Emmy e ai Grammy Award e “Shockahlic” del 2011, membro della giuria del Festival di Venezia 2013 presieduta da Bertolucci.

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