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Oscar indipendenti, film migliori e peggiori e due arrivi

Oscar indipendenti, film migliori e peggiori e due arrivi

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(Di Carlo Di Stanislao) Il miglior film è stato “Inside Llewyn Davis” di Joel e Ethan Coen, mentre “12 anni schiavo” di Steve McQueen, considerato uno dei favoriti e che aveva ricevuto tre candidature, non ha ottenuto nulla. Il premio come miglior attore è andato a Matthew McConaughey per la sua performance nel dramma sull’Hiv “Dallas Buyers Club”, mentre come migliore attrice è stata scelta Brie Larsen per il drammatico “Short Term 12”.  Nella sfavillante serata della ventitreesima edizione del Gotham Independent Film Awards di New York, svolatasi il 24 novembre scorso, Steve Buscemi ha presentato un omaggio postumo al suo amico e co-protagonista dei “Sopranos” James Gandolfini. Intanto, ieri, sono state annunciate le nomination per la 29esima edizione degli Independent Spirit Awards, gli Oscar del cinema indipendente americano che verranno consegnati il 1 marzo 2014 a Santa Monica, il giorno prima degli Academy Awards, come da tradizione.

Anche qui il candidato forte è il film sulla schiavismo di Steve Mc Queen, ma piace sapere che fra i “papabili” stranieri vi è “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.

L’anno scorso fu “Il Lato Positivo” di David O’Russell a dominare e fu l’anticamera dell’Oscar per Jennifer Lawrence. Fra i film candidati anche l’ultimo di Woody Allen, ma anche il vincitore di New York, “Nwebraska” di Alexander Payne, “Upstream Color” di Shane Carruth,All Is Lost” di J.C. Chandor e “Mud” di Jeff Nichols. Per le categorie miglior attore e attrice sono in lizza James Gandolfini (Enough Said), Will Forte (Nebraska), Matthew McConaughey (Dallas Buyers Club), Shailene Woodley (The Spectacular Now) e Brie Larson (Short Term 12), mentre l’attore Joseph Gordon-Levitt riceve la nomination per la miglior sceneggiatura d’esordio per il suo debutto alla regia di “Don Jon”.

Sempre più il premio di Santa Monica assume un carattere di primato, superando, nel campo el cinema indipendente, quello di New York ed affiancandosi al “Sundance” dove, quest’anno, l’unico film di rilievo, vincitore della categoria “Cinema documentario mondiale”, è stato “Pussy Riot: una preghiera punk”, entrato a dicembre nella short list degli Oscar per la sezione documentari, che racconta la storia di un gruppo punk russo e dovrà vederla, il 2 marzo agli Oscar principali, con il danese “The act of killing”, l’americano “Blackfish”, lo statunitense-egiziano” The square” e il canadese “Stories we tell”.

In attesa di cerimonie e premi, giunge sui nostri schermi il rifacimento di “OldBoy” diretto da Spike Lee, venti anni dopo il capolavoro che fece conoscere al mondo il coreano Park-Chan Wook e che conquistò la Palma d’Oro con presidenza Tarantino, aprendo una carriera fatta di film deliziosi, come “Im A Cyborg, But That’s Ok” e il recente, “Stoker” con Nicole Kidman.

La storia del nuovo “OldBoy” spikiano, interpretato da Josh Brolin (“Non è un Paese per vecchi”) nel ruolo che fu di Choi-Min Sik, non di discosta granché da quella del film originale, a sua volta tratto da un fortunato fumetto manga e parte dalla liberazione del manager pubblicitario Joe Doucett, rapito inspiegabilmente e tenuto segregato per vent’anni. Quando qualcuno gli ridà la libertà, Joe scopre che la moglie è stata stuprata e assassinata e che lui è il principale indiziato del delitto. Che fine ha fatto sua figlia? Separato dal mondo per vent’anni, Doucett (Brolin) deve riabituarsi alla realtà di tutti i giorni, scoprire chi sono i suoi aguzzini e trovare la verità sulla scomparsa della moglie prima che le forze dell’ordine lo catturino. Sulla sua strada, fra inspiegabili malesseri, improvvisi svenimenti e attacchi di aggressività, incontra una ragazza che si mostra particolarmente attratta da lui (Elizabeth Olsen) ed anche un uomo misterioso (Sharito Copley), che potrebbe dare risposte ai molti enigmi che accompagnano la sua vicenda. In america il film non è piaciuto e da è arrivato ieri e chi l’ha visto, lo ha definito una mera banalizzazione di una trama oltremodo vigorosa, e che in quanto tale rimane non suscettibile di aggiustamenti. Si è parlato ancora di una parabola discendente di Spike Lee, incapace di ritornare ai suoi tempi migliori, ai tempi, intendo di “Malcom X”, il film grandioso in cui prese parte anche l’appena liberato Nelson Mandela, intrapredandovi un maestro di Soweto che faceva da contrappunto fortissimo fra due diversi protagonisti della causa antisegregazionista. Fu il Mandela più vero di sempre, anche più vero di Morgan Freeman nel film di Eastwood o delle icone troppo patinate interpretate sullo schermo da Danny Glover, Sidney Poitier e Dennis Haysbert. Attualmente il cinema sembra più interessato alle sorti della moglie del grande statista morto la scorsa notte (due titoli su Winnie, la discussa consorte, di cui uno in preparazione); perché è più interessato alla superficie del gossip che alla profondità dello scavo e del pensiero e non possiamo farci nulla.

Tornando ai nuovi film in uscita in Italia in questi giorni, merita attenzione “Maps to the Stars”, l’ultimo fatica di David Cronenberg, con John Cusack e Julianne Moore, scritto da Bruce Wagner (“Nightmare 3 – I Guerrieri del Sogno”), che raconta la storia della famiglia Weiss, archetipo del nucleo familiare hollywwodiano, con il padre analista e allenatore che ha fatto fortuna con i suoi manuali di auto-aiuto, la madre, Christina, che segue la carriera da giovane attore del figlio di 13 anni Benjie, bambino appena uscito da un programma di riabilitazione in cui era entrato all’età di 9 anni e, infine, Agata, la figlia che per problemi legati alla piromania è stata recentemente rilasciata da una casa di cura. Una delle clienti di Stanford, Havana, è un attrice che sogna di girare il remake del film che ha reso celebre sua madre Clarice negli anni ’60 e, da quel momento, questa, da inquieta defunta, inizia a tormentare la figlia ogni notte. A Toronto, a Novembre, il sempre polemico Cronenberg, si era definito superiore e più personale di Kubrick e gli organizzatori delle Giornate di Sorrento (praticamente, da gennaio, un film al mese per tutto il 2014), lo considerano uno dei pezzi forti della rassegna che si chiuderà, a dicembre, con “Knights of Cups” di Malick.

Credo invece che Croneneberg sia un regista molto contraddittorio ed incostante, a volte dotato di una personalissima cifra stilistica e poetica, ma molto spesso, di recente e da “Cosmopolis”, deludente e scontato, con un manico ormai stemperato e svuotato, incapace sta di rendere materia viva e pulsante quanto narrato, con domande esistenziali ed enfasi profetiche che servono solo per nascondere tanto, troppo narcisismo.

Tornando agli Oscar indipendenti e a Sorrentino, il suo film è molto piaciuto negli Usa, tanto che il Times lo ha messo al secondo posto di una lista di dieci, superato solo da “Gravity” di Alfonso Cuaron e prima di “American Hustle “di David O.Russell, “Her”, “The Grandmaster”, “Fast&Furious” , “Frozen”, “The Act of Killing”, “12 Years” “ Slave” e Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug”, che chiude la lista.

Sempre secondo il Times, il peggiore film dell’anno è “Un week end da bamboccioni 2” di Dennis Dugan e fra i peggiori: “The Councelor” di Ridley Scott, “After Earth” di Night Shyamalan ), “Il grande e potente Oz” di Sam Raimie “Ony God Forgives” di Nicholas Winding Refn. Vedremo il 1° marzo quanti fra questi meriteranno i “Razzie winners”, a parte “The Lone Ranger” che, con “Some contenders include”, resta il favorito (vedi lista su: http://forums.boxoffice.com/index.php?/topic/11105-what-films-will-be-nominated-at-razzies-2014/) .

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