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Due nelle sale e premi assegnati e sperati

Due nelle sale e premi assegnati e sperati

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(Di Carlo Di Stanislao) Negli USA va forte “Frozen” e da noi spopola “Un boss in salotto” di Luca Miniero, con protagonisti Rocco Papaleo, Paola Cortellesi e Luca Argentero, che si piazza al primo posto degli incassi tra il 2 e il 5 gennaio con 3.942.693 di euro e un totale di oltre 5 milioni dall’uscita.
A più di due settimane resiste bene “Philomena”, ma incalza “Sapore di te”, l’ennesimo divertimento sciocco e corrivo di Carlo Vanzina, con Vincenzo Salemme, Giorgio Pasotti, e Serena Autieri (che fa il bis di presenza cinepattonica dopo “Un fantastico via vai” di Pieraccioni), che già minaccia i molto più meritevoli “The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca” e “Capitan Harlock”.
Resiste in posizione tre il bel film del talento giovane del cinema indipendente americano David O. Russel “American Hustle – L’apparenza inganna”, inizialmente intitolato American Bullshit, scritto da Eric Warren Singer, candidato a tutti i Golden Globes e che vede un cast stellare con Jennifer Lawrence, la osannata protagonista della serie campione d’incassi Hunger Games, nella parte di Rosalyn Rosenfeld moglie del truffatore di mestiere Irving  Rosenfeld, interpretato da Christian Bale.
La sua amante e socia in affari, è la rossa Amy Adams, nel film Sydney Prosser, ex ballerina di lap dance, affascinante, conturbante, intelligente, furba e scaltra anche più di Irving; che racconta l’operazione Abscam, creata dall’F.B.I. verso la fine degli anni Settanta per indagare sulla corruzione dilagante nel Congresso degli Stati Uniti d’America e altre organizzazioni governative. Ciò che fa di questo film un piccolo capolavoro è una scrittura feroce, puntuale, ironica e scattante, con personaggi sono delineati e costruiti in maniera magistrale; con soprattutto Jennifer Lawrence e Amy Adams, strepitose, sexy, spregiudicate e folli nel loro desiderio di manipolare ed essere desiderate ad ogni costo.
Nel cast anche Robert De Niro nella parte del gangster Victor Tellegio, una rara perla nera la sua apparizione, come gli occhiali che porta nel film, una presenza, quella di De Niro, che impreziosisce ulteriormente un parterre di attori strepitosi e magistralmente diretti da David O. Russel.
Ancora più interessante (per chi scrive), “Il capitale umano”, ultimo film di Paolo Virzì, un autore che come pochi ha saputo raccontare l’anima del popolo italiano, che qui sorprende con altrettanta sapienza e capacità affabulatoria, entrando in un mondo che gli è probabilmente estraneo quanto lo è a noi, facendolo sulla scorta di un romanzo americano ambientato in Connecticut, strutturalmente complesso, che i suoi fidi sceneggiatori Francesco Piccolo e Francesco Bruni smontano e rimontano con pazienza da orologiai, trasformandolo nella narrazione dei fatti avvenuti in uno stesso arco di tempo secondo l’ottica di tre dei personaggi principali, operazione che ha lasciato grato e ammirato lo stesso autore del libro, Stephen Amidon, che aveva tentato inutilmente di adattarlo per il cinema.
Nel codice a barre che è il logo del film, in sintesi c’è tutto: l’espressione burocratica con cui le assicurazioni calcolano, in base a parametri di vario genere, il “giusto” prezzo di una vita, è l’unica concessione all’umanità di un capitale che in realtà non ha niente a che fare coi sentimenti e il valore delle persone, ma soltanto con se stesso, in un immenso valzer speculativo di cui pochi hanno la chiave di lettura e di cui quasi tutti restano vittime, volontarie o meno.
Mantenendo tra le righe un umorismo amaro e sottile, Virzì e i suoi cosceneggiatori non assolvono né condannano i loro personaggi, ma lasciano che sia lo spettatore, come si faceva un tempo, a trarre le sue conclusioni. Splendidi complici gli attori, diretti come al solito dal regista con grande maestria; a noi sono parsi grandiosi Fabrizio Bentivoglio e Fabrizio Gifuni, in un cast senza una sola nota stonata e con una piccola ugola che si stacca dal coro: la debuttante Matilde Gioli.
Il film, da vedere assolutamente, rappresenta un punto di svolta nella carriera del cineasta toscano, un esercizio di stile nel quale si vede il tentativo, peraltro riuscitissimo, di andare oltre le dinamiche del cinema italiano contemporaneo, alla ricerca di suggestioni a metà tra la suspance americana e il dramma francese.
Il film trova il modo in cui analizzare un mondo poco raccontato come quello dell’alta borghesia del Nord Italia e non attraverso riflessioni moralistiche e giudizi di merito, ma servendosi di un episodio che fa emergere in maniera naturale le contraddizioni del nostro tempo. E se Virzì ci ha abituati a osservare la società italiana con un occhio speciale, mettendo in luce con ironia vizi e virtù del nostro Paese, in questo caso il linguaggio è diverso ma il risultato rimane il medesimo: la riflessione sull’Italia e sugli italiani oggi in bilico, sull’orlo di una crisi politica e finanziaria.
Particolarmente avvincente la dialettica fra la ricca donna aristocratica interpretata da Valeria Bruni Tedeschi e la psicologa cui presta volto e corpo Valeria Golino, entrambe bravissime a dare credibilità “coniugale” per così dire, a due partner cinematografici non facili da gestire, prevaricanti, spesso indifferenti, ai quali sono tutte e due subordinate, nella creazione di una ricchezza malata frutto della speculazione,con la cultura sempre più marginalizzata e famiglie con figli succubi dei tempi e genitori privi del senso di responsabilità.
Intanto, in attesa che il 2 marzo al Dolby Theatre di Los Angeles in California, vengano consegnati gli Oscar con presentatrice l’attrice comica Ellen DeGeneres e in attesa (più fibrillante e ravvicinata) dei PGA 2014, ovvero i Producers Guild Awards, dedicata ai produttori delle pellicole più belle dello scorso anno, premio che verrà consegnato il 19 gennaio, gli umori USA sono intuibili dai vincitori dei premi della National Society of Film Critics, che ha decretato Inside Llewyn Davis (A Proposito di Davis in italia) dei Fratelli Coen come miglior film del 2013, attribuendogli anche il premio come miglior regia, miglior fotografia e migliore interpretazione maschile (Oscar Isaacs); mentre migliore attrice è stata Cate Blanchett per Blue Jasmine, mentre a James Franco è andato il premio di miglior attore non protagonista per Spring Breakers e a Jennifer Lawrence come migliore attrice non protagonista per American Hustle, la migliore sceneggiatura è stata quella di Before Midnight e miglior film straniero La Vita di Adele, con candidato forte però “La grande bellezza” di Sorrentino, che ancora resta in lizza per il premio di marzo e sta ottenendo un grande successo di critica e di pubblico negli USA e che, a dicembre, ha ricevuto sia la nomination ai Golden Globe come migliore film straniero sia, ai London Critics’ Circle Film Awards, tre nomination, candidato non solo come miglior film straniero, ma anche come miglior film dell’anno e migliore regia (unico non anglofono fra cinque candidati).
Fra pochi giorni, il 16 gennaio, conosceremo la lista delle nomination.
L’ultima volta che un film italiano ce l’ha fatta a entrare ‘in finale’ risale al 2006: “La Bestia nel Cuore” di Cristina Comencini ha ottenuto una nomination, ma non la vittoria. L’ultimo nostro Oscar è invece datato 1999 con “La vita è bella” di Roberto Benigni.
Dal 1991 l’Italia ha ottenuto soltanto due vittorie (l’altra è di Gabriele Salvatores con Mediterraneo) e due nomination (prima della Comencini, Giuseppe Tornatore con L’Uomo delle Stelle) e una lunga serie di risultati deludenti, da Gomorra a Cesare deve morire, passando per I cento passi e La stanza del figlio.
Tuttavia va anche detto che l’Italia è il Paese con il maggior numero di Oscar ai film in lingua non inglese. Da quando il premio è stato istituito, nel 1947, ha ottenuto 10 vittorie, cui si aggiungono i tre Honorary Awards attribuiti a Sciuscià (Vittorio De Sica, 1948), Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1950) e Le mura di Malapaga (René Clement, 1951), mentre la prima vera vittoria arrivò con La strada di Federico Fellini nel 1957.
Fra l’altro Fellini è al secondo posto della classifica generali degli Oscar, con cinque statuette, battuto solo da Francis Ford Coppola che ne ha vinte sei e a pari merito con Clint Eastwood.

 

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