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Errol Morris da una sola parte. Il docufilm che non convince e quella da fare

Errol Morris da una sola parte. Il docufilm che non convince e quella da fare

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(Di Carlo Di Stanislao) Un ritratto di Donald Rumsfeld, che nel 1962 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti quando aveva solo 30anni e fino al 2006 ha ottenuto incarichi sempre più importanti, con, nel 2001, quello di Segretario alla Difesa sotto George W. Bush, nel docu-film (stramilionario e multicamerale, accesso come un fuoco pirotecnico ed esibito come un oleogramma) “The Unknown Known”, con cui Errol Morris si conferma ‘”anti-Moore” del cinema statunitense, regista patinato e anodino, verboso, ridondante e quasi inutile.

A Venezia il film non è piaciuto perché è scandito da date, registrazioni d’epoca e documenti, ma, come The Fog of War, è sostanzialmente una lunga intervista faccia a faccia con Morris, senza che il regista compaia mai in camera ed anche se questo è contrario al narcisismo eccessivo di Moore, senza che ciò giovi affatto al racconto oggettivo e critico dei fatti.

Gan parte del film si basa sui promemoria scritti da Rumseld, dopo l’11 settembre, la “voce della guerra in Iraq” e pertanto non si delinea alcuna altra versione.

Alla fine, la stazza del personaggio è quella di un uomo politico che in anni e anni ha accumulato un’esperienza oratoria difficile da scalfire e sebbene le domande di Morris sono sempre giuste, e Rumseld sta al gioco rispondendo, alla fine si esce convinti di non aver ascoltato alcuna verità.

Al suo esordio, con “La sottile linea blu” (1988) e “Il signor morte” (1999) e fino a The Fog of War Eleven Lessons from the Life of Robert S. McNamara (2003), ho apprezzatto il cinema di Morris che però dopo mi è sembrato poco obbietivo e sempre dalla parte del vincente.

Certo si starà già preparando a qualcosa che riguardi Obama e alla sua amletica macerazione interiore fra vocazione di pasce e scenari di guerra, ereditati come in Afganistan o acuiti come sta facendo in Siria.

Già nel 2002, da senatore dell’Illinois, Obama disse sempre no alla guerra contro le armi di distruzione di massa in Iraq voluta da George W. Bush. Il suo ex segretario di Stato Hillary Clinton, il suo vice Joe Biden e il suo attuale segretario di Stato John Kerry – benché convinto fosse un errore – si risolsero infine nel dare la loro autorizzazione al Congresso. Come del resto fece il pur scettico Chuck Hagel, allora repubblicano, oggi segretario alla Difesa degli Usa.

Morris potrebbe titolare il futuro film “Le contraddizioni di Obama” e potrà certamente scusarlo, con accurate domante fuori campo, perché egli è finora l’unico leader a frenare fino all’ultimo su un intervento, ricordando i “costi” della campagna irachena e ribadendo la necessità di “prove certe” sulle armi chimiche e di un “mandato dell’Onu”, ma siccome è accerchiato non può dire, primus inter pares nel suo gotha di consiglieri strategici e militari, di nio all’attacco in Siria, perché si è superata la linea rossa di cui lui stesso aveva parlato riferendosi alle armi chimiche che però, secondo i Russi, sono da dimostrare come le atomiche di Saddam.

D’altra parte, ci dirà certamente Morris, la politica estera degli Stati Uniti è sempre la stessa, sia che comandino i democratici che i repubblicani.

E comunque si potrà sempre dare la colpa ad Israele, dicendo che, già nell’autunno del 2001, e soprattutto nella primavera del 2002, l’amministrazione Bush tentò di porre un freno al dilagante sentimento antiamericano nel mondo arabo e di evitare che alcuni paesi sostenessero gruppi terroristici come Al-Quaeda, mettendo dei limiti alla politica israeliana di espansione nei Territori Occupati e cercando di favorire la creazione di uno stato palestinese; ma non essendo Washington riuscita a cambiare la politica di Israele, ha dovuto alla fine sostenerla.

D’altra parte, da questo lato dell’oceano, la cosa passerebbe come accettabile, dal momento che gli europei sono sempre stati molto più propensi a criticare la politica di Israele, tanto che si parla da un decennio di una recrudescenza di antisemitismo in Europa.

Come ha scritto invece John Mearsheimer che insegna Scienze Politiche a Chicago, ed è l’autore di The Tragedy of Great Power Politics, l’unica critica da muovere ad Israele non è quella di difendere il suo diritto ad esistere, ma il suo comportamento verso i palestinesi, perché esso è patentemente contrario al concetto universale di “diritti umani”, alle leggi internazionali e al principio di auto-determinazione dei popoli. Ma forse di questo Morris non parlerebbe.

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