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Il vero conte di Motecristo

Il vero conte di Motecristo

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(Di Carlo Di Stanislao) Il Conte di Montecristo ed Edmond Dantès fermentano nella mia immaginazione fin da quando un grandissimo raccontatore, un mio bisnonno che chiamavamo con il cognome “nonno Cordone”, mi teneva avvinto con la barba dell’abate Faria, con la pericolosa fuga o con la terribile vendetta. Ed oltre a ricordare con gusto la magnifica parodia canora nella Biblioteca di Studio Uon, con i Cetra in forma smagliante, ricordo che, avendolo riletto anni fa, da adulto, sono stato del tutto d’accordo (come non esserlo?) con Umberto Eco che in lui ha visto il prototipo del “superuomo di massa”, in cui si realizza il felice, fascinoso connubio tra un archetipo dell’Occidente con un mito dell’Ottocento, scaturito dalla storia recente e che è una versione attualizzata di Ulisse, non quello politropo e multiforme e neanche quello di tutto curioso che – per dirla con Baudelaire – sprofonda nell’abisso dell’Ignoto in cerca del Nuovo, ma l’Inesorabile, quello che uno dopo l’altro trafigge e punisce i malvagi che hanno insozzato la sua casa. Romanzo di ventura, scorribanda eccentrica e originale tra linguaggi, tradizioni, situazioni e culture, sullo sfondo della Francia contemporanea e di un passato recente e ancora sensibile, Il conte di Montecristo è l’applicazione complessa di una poetica e di un metodo di attraversamento e metamorfosi del reale che Dumas ha sviluppato nel corso degli anni. Lo strumento principale per avvincere chi legge in un percorso complesso e a più dimensioni gli viene dal teatro; ha già sperimentato con successo la contaminazione tra linguaggio teatrale e linguaggio narrativo, ma è nel nuovo romanzo che, sfruttando ancora più consapevolmente i vincoli del feuilleton, imprimerà alla narrazione il ritmo, l’assertività, i colpi di scena, gli scarti tra piani di realtà, dell’azione teatrale.
Sono molte le trasposizioni cinematografiche del romanzo e fra queste le più memorabili, quella del 1934, la prima hollywoodiana, firmata da Rowland V. Lee, piena di brio e ricca di scenografie, vivificata da un formidabile terzetto di cattivi (Calhern, Blackmer e Walburn) e raccontata con una essenzialità nei dialoghi e nelle scene di grande efficacia e quella recente, del 2002, diretta da regista Kevin Reynolds, con sceneggiatura di Jay Wolpert (futuro collaboratore della saga “Pirati dei caraibi”), con Richard Harris nei panni di Faria, la più distante dal romanzo di Dumas , sia per porre rimedio alla prolissità di un testo pensato per la pubblicazione periodica sulle riviste del tempo, sia per adottare una chiave di lettura che non cerca tanto un forzato happy end, ma consapevolmente decide di piegare il destino dei personaggi tramite il riferimento alla Provvidenza;; che non coincide con una facile soluzione dell’intreccio che cancelli gli anni del dolore e dell’odio, ma corrisponde ad una possibilità, una seconda chance di felicità data all’uomo Edmond, se solo egli è in grado di tornare ad essere se stesso e riesce a trovare in sè la forza di perdonare affidando l’ultimo giudizio sul bene e sul male all’Unico in grado di scrutare il cuore di ognuno.
La versione del 1998 di Josee Dayan, per la seconda volta in tv su Canale 5 (ieri sera 3,5 milioni di spettatori e stasera la seconda ed ultima puntata), pur muovendosi con grande attenzione nel mostrare la doverosa e prevedibile rovina dei “cattivi”, che fanno in modo che i complicati intrighi orditi da Monte Cristo non si risolvono mai in omicidi commessi da Edmond, per cui possono lentamente tornare a fiorire la speranza e la fiducia in quel Dio solo apparentemente lontano (Faria glielo aveva detto: “Tu puoi non credere in lui, ma lui crede in te”) e di conseguenza nella donna amata un tempo e mai dimenticata; firmata con zelo da, interpretata magistralmente da Depardieu ed il nostro Rubini (ma con una poco credibile Ornella Muti), nonostante fotografia e costumi di gran spolvero non è fra le cose più notevoli cavate, per il cinema, dal romanzo, perché, alla fine, non è ben chiara sul messaggio di fondo che consiste nel credere fermamente ed in ogni occasione che la vita è sempre una cosa da non sciupare e, ancora, che chi è abituato a pretendere e a “consumare” è destinato a perdere ogni cosa.
Pure ci offre la possibilità di parlare, non avendolo fato alla sua uscita, risucchiati nel pigro torpore di agosto, di un bel saggio, che meritato il Pulitzer 2013, scritto da Tom Reiss, pubblicato da Newton e Compton, dal titolo stimolante: “Il diario segreto del Conte di Montecristo” e che racconta l’avventurosa vita di Thomas-Alexandre Davy de la Pailletterie che, secondo quanto lo stesso Dumas ricostruì nelle 200 pagine di Mes Mémoires, fu il vero modello per la figura del “conte vendicatore”.
Secondo quanto ricostruito da Dumas stesso e dal saggista americano, Il papà dello scrittore era figlio del marchese Alexandre-Antoine Davy de la Pailleterie e della schiava di origine haitiana Marie Cassette, soprannominata da tutti “la femme du mas» ovvero «la donna della masseri”, con una infanzia tutt’altro che tranquilla perché suo padre, dopo la morte della sua sposa, decise di ritornare in Francia dalla colonia di Santo Domingo dove aveva ricoperto il ruolo di generale d’artiglieria. Per finanziare il suo viaggio il marchese vendette i figli come schiavi e solo primogenito sarà riscattato dopo sei mesi, e verrà allevato in Francia, arruolandosi, all’età di 24 anni, nel 1786, nell’esercito ed assumendo il nome di Thomas Alexandre Dumas (in ricordo della sfortunatissima ed adorata madre).
Il giovane soldato dimostrerà subito un coraggio da leone difendendo con le armi la regione di Villers-Cotterêts e affronterà poi sia la Guerra di Vandea sia le successive Campagne d’Italia e d’Egitto. Sarà il primo haitiano a raggiungere la carica di generale dell’esercito francese a soli 32 anni e verrà ben presto soprannominato dagli austriaci in battaglia come il Diavolo Nero.
All’apice della sua carriera il valoroso ufficiale si scontrerà però con Napoleone Bonaparte, al Cairo in Egitto. Sarà Thomas Alexandre in persona a guidare la carica della cavalleria francese durante la battaglia delle Piramidi ma non riuscirà però a nascondere il suo orrore per il massacro dei prigionieri catturati dopo l’attacco alla Grande Moschea e la strage dei ribelli sopravvissuti alla presa di Jaffa. Dumas padre rimprovererà apertamente Napoleone per le troppe barbarie e per questo verrà destituito dal grado di generale.
E le sue peripezie, a quanto ci dice Rieiss, non finiscono qui, anzi. Quando l’ex generale è costretto, a causa di una tempesta, a sbarcare a Taranto, viene catturato dal re di Napoli Ferdinando I che lo getta a marcire in una buia prigione per due anni. In questo luogo, Dumas padre sopravvive non solo agli stenti ma anche a vari tentativi di avvelenamento senza che nessuno dalla Francia faccia nulla per liberarlo. Scarcerato dopo la battaglia di Marengo, passerà gli ultimi anni della sua vita semiparalizzato e cieco da un occhio, morendo nel febbraio del 1806 per un tumore allo stomaco.
Come ben ci spiega Il diario segreto del Conte di Montecristo la vita drammatica di Thomas-Alexandre Davy de la Pailletterie fornirà, soprattutto per questo epilogo, più di uno spunto al figlio romanziere. Temi come la vendetta e il ricordo che deve sopravvivere al tempo e alle avversità, si intrecciano in tutta la biografia
firmata da Tom Reiss. Così la vedova ricorderà l’ex generale in una lettera del 1814: “era un soldato che il fato delle battaglie ha risparmiato ma che è morto nella miseria e nel dolore, senza decorazioni”.
Un padre mitico e mitizzato da Alexandre, molto migliore di lui in questo ruolo a giudicare da quanto scrive nella stringata prefazione ad una nuova versione del “tre moschettieri” il figlio “verista”, segnato da una infanzia dolorosa, strappato dal padre agli studi a soli 17 anni, per essere ingoiato in quel mondo gaudente e vuoto che lui frequentava e che cercò sempre di riscattarsi, guadagnandosi ad esempio la Legion d’Onore e l’elezione a Accademico di Francia, ma che un anno prima di morire, fu accusato di apologia di reato o in relazione all’uccisione del Presidente Carnot da parte dell’anarchico italiano Sante Caserio, in cui intravedeva la stessa rabbia derivante da un padre completamente sbagliato.
Comunque la miniserie tv che ieri ha fatto il pieno di ascolti, battendo sia lo speciale Superquarck dedicato al confronto fra cervello e macchine, sia, su Rai 2, la simpatia di Jackie Chan, pur non facendo l’impressione di un capolavoro, coglie i momenti salienti eliminando il fitto sottobosco che riempie un migliaio di pagine e ci regala una sfilata di scene e costumi che sono una gioia per gli occhi, valorizzati da una musica di grande spessore drammatico che sembra sorgere dagli abissi più neri della disperazione, con un Depardieu che certo ha venti anni di troppo, ma a cui la maturità conferisce la fermezza che Montecristo richiede, descritto nel romanzo come una sorta di essere soprannaturale.
Visto il film (o miniserie, come oggi si dice), mi è venuta voglia di rileggere il romanzo,con un protagonista che è clandestino alla sua società, forte del suo lucido disegno, che gioca tutti i ruoli possibili, assume maschere diverse, interviene “in situazione”, imprime un corso diverso alla realtà data. Non si limita a opporre la propria purezza di eroe romantico al fango della Storia, ma ne colpisce segretamente e con puntuale efficacia le dinamiche di potere; a quel potere sociale oppone il proprio potere individuale, disperatamente consapevole, dolente e terribile, fino all’estrema constatazione della sostanziale vanità di un’opera immensa e onnipotente di giustizia e distruzione. Sicché “il conte di Montecristo” è un romanzo politico e, come nota Lanfranco Binni, in esso la scrittura è straordinariamente coerente con la poetica di Dumas: il mito del confronto attivo e tenace con la realtà data, con un paesaggio di maschere, con le vicende individuali, vive nel turbinio dei linguaggi, nell’esuberante necessità di moltiplicare il gioco dei punti di vista, dei punti di fuga, dei riferimenti culturali. Il romanzo diventa un luogo d’incontro di voci, asserzioni, riflessioni, di realtà e immaginario, in cui si compone, con chi legge e in chi legge, un inesauribile caleidoscopio polifonico, uno spettacolo multidimensionale che non perde mai la centralità del suo progetto interno.

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