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Ospetek, in ritardo

Ospetek, in ritardo

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(Di Carlo Di Stanislao) E’ uscito a marzo dello scorso anno, piuttosto in sordina e riconosco, colpevolmente, di averlo perso, anche se Ospetek è un regista a me caro e i 9 Nastri D’Argento avrebbero dovuto tenermelo in evidenza.

L’ho visto ora e debbo dire, per prima cosa, che “Magnifica presenza” è un film davvero poco italiano, elegante, curato, intellettualmente evoluto, formalmente ineccepibile, una storia non facile da maneggiare, che ha per protagonisti dei fantasmi, col giovane catanese Pietro Ponte (Elio Gremano) “salito” a Roma per fare l’attore, che intanto si accontenta di infornare cornetti la notte.

Trova ad un prezzo abbordabile un vecchio appartamento in una tranquilla e fin troppo borghese zona di Roma, la parte vecchia di Monteverde. Si dedica anima e corpo a restaurare l’appartamento. Ha bisogno di una dimora che gli assomigli, nella quale fare finalmente i conti con se stesso e la propria identità sessuale, poiché, come sempre nel cinema di Ospetek, Pietro è l’ennesimo gay del repertorio di celluloide, tanto per non distaccarsi dalla dominante tematica del regista-esteta, cantore dell’omosessualità.

Ma il ragazzo è un gay ancora confuso, solitario, educato, lavoratore, rispettoso, che ha vissuto una sola notte d’amore con un uomo e ci ha capito davvero poco.

Ovviamente nel corso del film, come d’abitudine, appaiono altri gay, ma di sfuggita, figure metafisiche, in un sogno a metà tra l’onirismo del Fellini di “Otto e ½” e gli incubi sanguinari in maschera del Kubrick di “Eyes Wide Shut”, con il ritratto di un grande sapiente, o veggente, signore del passato e del futuro, incarnato da Maurizio Coruzzi, stavolta senza la maschera di Platinette.

Un inquietante ruolo (splendido nella recitazione) è affidato ad Anna Proclemer, il cui volto ancora è capace di attrarre e spaventare. Bravi anche Margherita Buy, Beppe Fiorello, Paola Minaccioni, Vittoria Puccini, Andrea Bosca, Alessandro Roja, Claudia Potenza, Monica Nappo, Gea Martire, Bianca Nappi e Massimiliano Gallo, mentre è magnifica la musica di Pasquale Catalano, già compositore della colonna di film come , La kriptonite nella borsa”, “Mine vaganti”, “L’uomo in più”, e Le conseguenze dell’amore”

Non so decidermi, a caldo, se il film mi è piaciuto fino in fondo, ma sono felice (dopo averlo trascurato), che sia stato scelto per la terza edizione di Cinema Made in Italy, festival organizzato dall’Istituto Luce Cinecittà e dall’Istituto italiano di cultura a Londra, accolto con favore da critica e dal pubblico.

In fondo, credo, continua, con altra storia, lo stesso tema di “Mine vaganti”, con al centro il senso del dovere che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri e sulle catastrofi che possono accadere quando i due doveri non collimano.

Forse ciò che mi lascia titubante è come la sensazione che la storia non sia fatta decollare, che stia troppo raccolta e quasi schiacciata da una fotografia troppo calda, ricercata e patinata.

D’altra parte neanche Eastwood ci era piaciuto con la sua incursione nel metafisico, considerando “Hereafter” una delle sue prove meno riuscite, fra i titoli più recenti.

E cito quel film non ha caso, perché un elemento in comune con l’ultimo di Ospetek c’è l’ha, nella convinzione (condivisa con Totò di “A livella”) che solo nella morte si è uguali, mentre la vita è incentrata sulla differenza.

E come l’ottuagenario Eastwood, nel 2011, riusciva a superare il lutto con un dialogo fra la vita e la morte, Ospetek, in chiave di commedia, ci accompagna in un universo segreto, dove confluiscono eroi ed antieroi , come si conviene nella dimensione più autentica del melodramma, ovvero di una sorta di spettacolo drammatico nel quale l’elemento centrale (qui la differenza e l’aldilà) viene chiamato, di tanto in tanto, a rinforzo dell’effetto delle singole scene.

Non è un caso, infatti, che Ospetek sia considerato il più melodrammatico fra i nostri registi di oggi e che di melodramma sia parlato, fra nostalgia, suoni d’ Oriente e smarrimento, nella giornata a lui dedicata il 23 maggio 2010 nello Spazio Oberdan di Milano.

Ultima notazione sul film, è ricordare che di fantasmi che rivivono dal passato Ospetek si era già occupato in “La finestra di fronte”, ma qui lo fa in maniera troppo barocca e sfarzosa, certo con delle belle trovate stilistiche, ma che ammiccano troppo dichiaratamente al suo portato religioso, con varie parte che appaiono come meri esercizi retorici, privi di autentico spessore.

La sceneggiatura che, nelle intenzioni, voleva  attingere, con grazia e leggerezza, al senso dell’assurdo come stile narrativo, perde di significato affastellando, scena dopo scena, situazioni e personaggi la cui eterogeneità si converte in un colorito guazzabuglio. Gli omaggi e le citazioni si susseguono ma, in luogo della leggiadria del richiamo, il film si indebolisce nel rimando grossolano alle suggestioni letterarie e cinematografiche. Così come non è sufficiente esasperare una prospettiva per essere Dalì, qui non basta lasciarsi andare ad un eccesso cromatico per diventare Almodovar. “Magnifica presenza” tenta di imboccare più di una strada ma finisce per non arrivare in fondo a nessuna. Il sogno artistico del protagonista si mescola e si confonde tra i diversi livelli narrativi che Ozpetek vuole esplorare e, nonostante Elio Germano riesca ad infondere al suo Pietro l’autenticità di un ingenuo smarrimento, l’atmosfera degli eventi resta, inesorabilmente, alla superficie del grottesco.

Nato in Turchia e in Italia da quando aveva 17 anni, Ospetek ha iniziato, a maggio, le riprese di un nuovo film: “Allacciate le cinture di sicurezza”, che parla del rapporto tra la sua patria e la nostra nazione.

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