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Venti sigarette a L’Aquila

Venti sigarette a L’Aquila

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Nell’ultimo decennio si è generata una nuova ondata di film statunitensi che trattano diverse tematiche e aspetti inerenti alla guerra in Afghanistan e il secondo conflitto iracheno.

E l’inaspettato trionfo agli Oscar di Kathryn Bigelow per The Hurt Locker ne è una prova, confermata dalla notizia che la stessa già sta girando un film sulla caccia e l’uccisione di Osama Binladen, basato su informazioni riservate del giornalista (e sceneggiatore) Mark Boal, classe 1973, autore anche dello script del trionfatore della notte degli oscar del marzo 2010 e che aveva già ispirato, con un articolo  scritto nel 2004, Death and Dishonor (Morte e disonore),  in cui racconta la storia del veterano della guerra in Iraq, Nella valle di Elah, scritto e diretto dal canadese Paul Haggis,  nel 2007.

D’altra parte, i film seguiti all’11 settembre 2001, sono stati tutti prodotti, più o meno, per ottenere dal pubblico un effetto di  mobilizzazione, di allarmare, cioè  far credere e convincere del pericolo reale. Così l’insieme delle produzioni ha legittimato inconsciamente una guerra futura. Ha veicolato una visione manichea dei rapporti internazionali, ignorandone la complessità geopolitica.

Tale visione filmica del mondo oppone i Buoni e i Perfidi e sembra provare che la “crociata del Bene contro il Male”, “contro il terrorismo” (G.W. Bush), é largamente trasponibile in fiction.

Il cinema é sempre stato e sarà lo  specchio della società (soprattutto della società americana): la riflette, la mette in scena, ne dà una rappresentazione.

Ma la Settima Arte è anche una spugna: s’impregna di questa società ed è infine il prodotto delle rappresentazioni sociali statunitensi.

Quanto all’Italia, di là dei telegiornali e di qualche edificante fiction formato santino s’è visto poco, anche perché queste guerre le abbiamo guardate da lontano, come se non ci appartenessero (però, per sicurezza, i contingenti italiani non mancavano).

Ovviamente è compito arduo riflettere su avvenimenti così ravvicinati e freschi nella memoria di ciascuno di noi, ma nelle intenzioni di Aureliano Amadei non c’è quella di perorare una tesi, pro o contro la guerra che sia, bensì, molto più semplicemente, di raccontare una storia, la sua.

Ha trascorso poche ore in Iraq,  Aureliano Amadei,  nel 2003, giusto il tempo di fumarsi un pacchetto di sigarette. Poi è saltato in aria, nelle caserma di Nassirya,  insieme ai militari italiani inviati in missione di pace.

Tornato a casa con le ossa rotte e l’animo devastato,  insieme a Francesco Trento, ha raccolto per due anni  dati su una guerra che “ufficialmente non c’è” , ricavandone un libro prima ed un film dopo, in cui raccontare, senza retorica, l’umanità delle persone, anche dei militari, buttati alla disperata in un universo di sconfinate tragedie e profonde contraddizioni.

Innamorato del cinema, filmaker dei centri sociali, Amidei, sospinto dal regista Stefano Rolla, ha girato “Venti sigarette” (vera rivelazione del 2010), con i pochi soldi avuti dalla madre e con l’aiuto di Claudia, la sua migliore amica, oggi sua moglie e madre di sua figlia.

Il 24 febbraio, con il sostegno della Provincia, il film sarà proiettato a L’Aquila, in un evento per le scuole medie, organizzato dall’infaticabile Istituto Lanterna Magica, alla presenza dell’Autore.

Premiato al Roseto Film Festival Opera prima di due anni fa, con 8 nomination e 4 statuette al  Davide di Donatello e con 7 premi, tra cui quello di Controcampo italiano ed uno al protagonista Vinicio Marchionne (noto per il ruolo del Freddo nel serial di “Romanzo criminale”), a Venezia 2010;  il film è il risultato, narrativo ed emotivo, di un lavoro ispirato ed onesto, in cui il tremolio delle riprese con  camera a mano e l’immedesimazione costrittiva della soggettiva – scelta azzardata ma efficace – sono gli strumenti adatti a restituire la tragicità del soggetto e a far vibrare l’anima.

Con una eccellente fotografia, di Vittorio Omodei Zorin  e la splendida colonna sonora di Louis Siciliano, che  accompagna l’andamento narrativo con un’accurata sovrapposizione di forma e contenuto, il film scorre sulla linea di un realismo ostinato, che distrugge gli appigli di buonismo e propone l’annullamento della guerra in nome di una pace fatta, sì di contrasti, ma più vicina alla dignità delle persone.

La cosa che ho più apprezzato è che il trauma subito dal protagonista, è descritto come la presa d’atto  di vivere più la vita “alla giornata”, ma assumersi una dimensione prospettica e delle responsabilità.  Aureliano  si sposa e mette su famiglia con “il suo migliore amico” Claudia (interpretata da Carolina Criscentini), scrive il libro e poi gira il film sulla sua vicenda.

Ed  ingaggia una lotta per esorcizzare i suoi drammatici ricordi, con l’urgenza di esprimere il proprio punto di vista critico su una faccenda che l’ha visto involontario protagonista e denunciare le deformazioni che fecero i media su quello che succedeva prima e su quello che sarebbe successo dopo l’attentato.

Il film, prodotto da Tilde Corsi, Gianni Romoli e Claudio Bonivento per R&C produzioni, in collaborazione con Raicinema, e distribuito da Cinecittà Luce, è stato anche presentato e discusso, a maggio dello scorso anno, agli allievi dell’ACT-accademia del cinema e tv, all’interno di Cinecittà Studios, come esempio di particolare sviluppo narrativo riuscito nonostante i piccolissimi mezzi.

Infine, il libro “Venti sigarette a Nassyria” è edito da Einaudi ed è una lettura che consiglio di fare.

Carlo Di Stanislao

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