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Walter Chiari: un uomo di tutti e per nessuno, in una televisione per tutti e di nessuno

Walter Chiari: un uomo di tutti e per nessuno, in una televisione per tutti e di nessuno

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(Di Carlo Di Stanislao) Un film televisivo in due puntate, prodotto da Luca Barbareschi ed in onda domenica 26 e stasera, per raccontare la vita di Walter Chiari, indiscusso re del teatro di rivista e della televisione nazionale, bel ragazzo dinoccolato con lo scilinguagnolo pronto e anzi logorroico, una gran mimica facciale ed un fisico da atleta, che nel 1958 esordì in RAI con dieci puntate di una sorta di varietà-inchiesta sui modi per riuscire nella vita, La via del successo, dove – creando l’illusione di improvvisare – riproponeva appunto i numeri delle sue riviste: dal celeberrimo Sarchiapone,  al Sommergibile, dalla Belva di Chicago al Bullo di Gallarate.

E la prima parte è stata un successo, con  5.535.000 ed uno share del 21.01%, che ha battuto alla grande il Chiambretti siglato Italia Uno ed il film di Boldi su Canale 5.

Alessio Boni (molto somigliante a Chiari) e Bianca Guaccero, sono convincenti protagonisti, come lo sono sceneggiatura e regia, entrambe di Enzo Monteleoni, che il soggetto l’ha scritto con Luca Rossi.

La miniserie (come oggi si chiamano questi “sceneggiati”), si intitola “Walter Chiari Fino al’ultima risata” e racconta con garbo la storia di un uomo fuori dal comune,  che ha conquistato, con le sue grandi qualità artistiche, tutto ciò che il mondo del jet set aveva da offrire e che, proprio all’apice della sua carriera, ha perso tutto: lavoro, famiglia, amici e libertà.

Gli anni del dopo carcere raccontano un uomo che comunque non si è arreso, che ha continuato a lottare per riconquistare il suo pubblico e la notorietà.
Nonostante quel mondo dorato, che prima era stata la sua casa, gli avesse perentoriamente e definitivamente girato le spalle.
Sono gli anni difficili, preludio alla sua fine artistica e umana, in cui il rumore della sconfitta diventa assordante.

Il racconto inizia con la detenzione, per spaccio di droga,  durata  100 giorni. Appena uscito dal carcere, Walter corre da Alida Chelli, appena sposata ed in cinta  e vede per la prima volta Simone, il figlio appena nato.

È carico, vuole subito ricominciare da dove è stato forzatamente interrotto.

Ma ha una brutta sorpresa: la Rai non intende più ospitare una sua trasmissione e anche a teatro hanno deciso di abbandonarlo. Relegato ai margini, Walter è ossessionato dal processo che lo attende.
In tribunale denuncia le accuse infondate nei suoi confronti, e le indagini insabbiate sulle stragi e i colpi di Stato che insanguinano l’Italia. I suoi interventi sono controproducenti.  Viene condannato a due anni per uso di stupefacenti, ma evita la galera per la condizionale.

Il problema è che Alida, ferita dal fatto che lui le abbia mentito sulla cocaina per tutto quel tempo, lo lascia: prende il bambino e si trasferisce in America.

Quel figlio (Simone Annichiarico, che oggi lavora come giornalista televiso su Canale 5 e La7) Walter lo rivedrà a 8 anni e solo per brevissimi periodi,  durante la sua vita.

Negli anni ‘80 le sue apparizioni televisive si diradano e perdono di qualità: dopo il canto del cigno di “Romance” (1986) di Massimo Mazzucco, resta ben poco da ricordare.

Salvo, forse, la bella ed esaustiva biografia TV che Tatti Sanguineti gli dedica nel 1986: “Storia di un altro italiano”, una sorta di commosso addio ad un’idea di televisione ormai sparita, oltre che un passaggio di consegne fatto sommessamente,  da un grande artista della comicità a coloro che seguiranno.

Nell’estate del 1985 il suo nome viene nuovamente associato ad una vicenda giudiziaria,  accusato, insieme al cantautore Franco Califano, dal camorrista “pentito” Giovanni Melluso (lo stesso accusatore di Enzo Tortora), di aver trattato l’acquisto di rilevanti partite di droga. Anche se questa volta Chiari viene prosciolto in istruttoria, per lui la vicenda è un altro duro colpo da sopportare.

Soltanto nel 1986 verrà riabilitato dal mondo dello spettacolo grazie al teatro di prosa, al quale ritorna interpretando il personaggio dell’avvocato Lattes in un adattamento de Gli amici di Arnold Wesker.

Nel 1990 interpreta il suo ultimo film, Tracce di vita amorosa di Peter Del Monte e l’anno dopo, improvvisamente muore, per un infarto fulminante.

Un ragazzo solare ed espansivo come i pugliesi, matto ed esagerato come i veneti, entusiasta e generoso come i milanesi,  il primo comico italiano a cambiare  il modo di far ridere. Questo è stato Walter Chiari, classe 1924, nato a Verona da genitori pugliesi, che a soli 10 anni si trasferisce con la famiglia a Milano, dove, a soli 12 anni,  comincia a lavorare come magazziniere all’Isotta Fraschini.

Una vera star internazionale, un uomo colto, elegante, ironico e affascinante,  molto più ammaliatore di un Clooney moderno, entertainer e showman simpatico più avanti di Fiorello, uno che ha inventato la televisione prima che nascesse, portandola dal teatro, o meglio dalla “rivista” come usava dire allora, direttamente nel tubo catodico o con i suoi tempi e i suoi modi, con quella voce che saliva su roca e profonda. Monologhi, barzellette e gli sketch rimasti inimitabili.

In 67 anni ha vissuto almeno 12 vite, tutte attraversate da  ogni possibile esperienza. Da rubacuori sempre alla ricerca dello show,  alla boxe, alla prigionia di guerra, al teatro, alla commedia musicale (voluto da Garinei e Giovannini),  fino alla televisione, dove negli anni ’60 diventa una star indiscussa insieme a Mina (con la quale pare ci sia stato un flirt) con trasmissioni come Canzonissima o Studio Uno.

Qualche settimana fa, il figlio Simone, ha pubblicato per Dalai “Water ed io”, dove scrive: “Avresti voluto sempre averlo con te, ma ti accorgevi subito che non era possibile, perché non apparteneva neanche a se stesso”.

Dal libro del bravo Simone, che di Walter, io credo, ha davvero molto, viene fuori un padre che dal cappello, sempre all’improvviso, imprevedibilmente, tira fuori incontri da lasciare senza fiato, da Macario a Roger Moore, da Gino Bramieri a Gene Hackman, da Ugo Tognazzi a una misteriosa diciannovenne, oggi celebre soubrette.  Il Walter di Simone ama alla follia scherzare sulla morte, vorrebbe sulla lapide la frase “non preoccupatevi, e solo sonno arretrato” e, ricoverato dopo una leggera ischemia, finge per lunghi minuti di avere avuto un ictus e di avere meta del volto paralizzata, per poi riderne a lungo con il figlio, a crepapelle. Un uomo strano e particolare, che non  sa sciare, ma gli piace e non rinuncia. Un  maestro nell’arte della fuga, perche tutti lo vogliono, tutti lo invitano, e lui – e forse una delle cifre della sua vita incredibile, almeno di quelle che si leggono in controluce in questo libro frenetico e pieno d’amore – non sa dire di no. A nulla e a nessuno. Una miriade di episodi, un solo strettissimo legame. La storia di un personaggio unico raccontata come nessuno l’ha mai raccontata, anche meglio che in tv, nella pur brillante e riuscita miniserie di Monteleone-Barbreschi.

Il successo della miniserie ci fa comprendere, comunque, che, considerando anche la notte degli Oscar, nello spettacolo trionfa ormai la “naftalina”, con un trend, anche per la  fiction, che tende a pescare nel passato, riducendo la realtà ad una sua parafrasi.

Va in  questa direzione, anche la serie televisiva “il giovane Montalbano”, prequel de Il commissario Montalbano, che vede protagonista un Salvo Montalbano in giovane età, tratta dalla raccolta La prima indagine di Montalbano e sceneggiata dallo stesso Camilleri, con Francesco Bruni.

Certamente un buon prodotto e con un casting eccellente (a partire da Michele Riondino), che merita i quasi 8 milioni di spettatori della 1° puntata, ma anche una sapiente ed anodina operazione nostalgia in una Italia piena di problemi e tutti ancora da capire ed affrontare.

Così, per altre cinque puntate, il giovedì su Rai 1, la serie diretta da Gianluca Maria Tavarelli, ambientata agli inizi degli anni Novanta, ci racconterà come si è formato il mondo di Montalbano, con i Catarella, i Fazio, gli Augello e Livia.

Al contempo tenendoci lontani dai motivi che ancora non portano l’Italia a migliorare sul lavoro, l’occupazione, i trattamenti stipendiali, il welfare, l’innovazione e le infrastrutture, perché, in fondo, sono in molti a reclamare un po’ di relax davanti alle televisione, dal momento che la vita è già abbastanza dura.

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