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Web, robot e la riduzione dei posti di lavoro

Web, robot e la riduzione dei posti di lavoro

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Riccardo Staglianò è l’autore di un ottimo saggio molto scorrevole e illuminante: “Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro” (Einaudi, 2016, 256 pagine, euro 18).

Nel 1995, al momento della nascita della New Economy, il mercato mondiale dei robot industriali si aggirava intorno alle 70 mila unità, mentre nel 2014 è arrivato a superare le 220 mila unità, con un aumento del 27 per cento rispetto al 2013. Staglianò riporta numerosi esempi di attività manuali e intellettuali delegate a sistemi automatizzati: segretarie digitali, professori virtuali e sistemi digitali per produrre notizie di routine. Quindi tra i lavori a rischio si possono inserire l’analista finanziario, il giornalista, il radiologo, il medico, il libraio, l’avvocato, ecc.

La nuova economia della condivisione non è stata molto apprezzata da Staglianò, per una buona ragione: in molti casi chi gestisce i nuovi affari digitali non condivide i guadagni, non si prende nessun rischio e non paga quasi mai le giuste tasse. La sharing economy a lungo termine non favorisce la classe media e la classe media è quella che fa girare i due terzi dell’economia. In realtà, come nel caso di Uber, “i soldi veri vanno alle aziende che possiedono il software. E gli scarti ai lavoratori on demand” (Robert Reich, ex ministro del lavoro e docente a Berkeley).

Il giornalista di Repubblica ha viaggiato molto nelle aziende e nelle città dove si progetta e si vive il futuro. Molti consulenti ritengono probabile l’attivazione entro pochi anni di servizi di trasporto autostradali fatti con camion con il pilota automatico, come avviene già oggi con la stragrande maggioranza di ore di volo in aereo. Per quanto riguarda l’utilizzo delle auto nelle grandi città io sarei più scettico: la migliore auto senza un pilota umano forse non riuscirebbe a percorre un solo chilometro senza avere un incidente, in una città congestionata e anarchica come Napoli. In ogni caso oggi quasi il 90 per cento delle operazioni necessarie alla costruzione di un’auto sono svolte da sistemi robotizzati, con la forte riduzione della necessità di operai, di tecnici e di impiegati.

Comunque esistono gli stabilimenti con sistemi automatizzati cinesi, coreane e giapponesi con quasi zero operai; mentre quelle svizzere o tedesche hanno dei sistemi che gestiscono migliaia di operazioni con quasi zero errori (cioè oltre il 99,99 di operazioni corrette). In alcuni casi l’aumento di produttività e il risparmio sul costo degli errori evitati, migliora la qualità del prodotto finale e della vita di molti lavoratori, in molti altri casi finisce per rimpinguare i bonus dei Ceo (gli amministratori delegati).

Nouriel Roubini si è laureato alla Bocconi, è stato uno dei pochi economisti che ha previsto la crisi del 2008 e ha affermato che “le innovazioni tecnologiche recenti hanno tre bias, delle distorsioni che non le rendono neutre: tendono a essere a intensità di capitale (così favorendo quelli che hanno già risorse finanziarie); a intensità di competenze (favorendo quelli che hanno già un alto livello di abilità tecnica); e a risparmio di manodopera”, quindi si riduce il numero totale del lavoratori poco specializzati o non specializzati (citato a p. 76).

Quindi “Oggi è possibile vendere un nuovo prodotto a centinaia di milioni di persone senza bisogno di molti dipendenti, e forse addirittura senza neanche uno, per produrlo e distribuirlo” (Robert Reich). Il consumatore è “un potenziale produttore con l’intero mondo come potenziale pubblico” (Clay Shirky, 2008). Secondo uno studio fatto da due ricercatori di Oxford quasi la metà “dei mestieri negli Stati Uniti saranno completamente automatizzati entro i prossimi 10-20 anni”.

Probabilmente l’avanzata delle interrelazioni Web e delle informazione gratuite non si può fermare e non si deve frenare, ma io da buon italiano molto cinico e quasi cattivo, posso fornire un sistema molto semplice e vantaggioso per ridimensionare l’avanzata dei robot: tassiamoli.

 

Riccardo Staglianò scrive per il quotidiano “Repubblica”:  http://stagliano.blogautore.repubblica.it. Nel 2012 ha pubblicato Toglietevelo dalla testa (i cellulari e i tumori, Chiarelettere) e Occupy Wall Street (Chiarelettere,http://www.agoravox.it/Occupy-Wall-Street-fatti-persone.html).

Per alcuni approfondimenti video: www.youtube.com/watch?v=2nagNCGuVQc (27 febbraio 2016);www.youtube.com/watch?v=7Fa_DOnQfhc (Disuguaglianze, TEDxPisa, 15 giugno 2015);www.youtube.com/watch?v=uZsGDIfeqUMwww.youtube.com/watch?v=uZsGDIfeqUM (Inequality for All, documentario a cura di http://robertreich.org; docente, scrittore e politico; 2013).

 

Nota molto realista – Oggi negli Stati Uniti “ci sono più americani che campano con un’assicurazione d’invalidità rispetto a quelli attivi in manifattura” (p. 75). L’economista John Maynard Keynes e lo scienziato Norbert Wiener, fondatore della cibernetica, avevano previsto con molto anticipo l’affermazione dilagante della disoccupazione tecnologica. Infatti nel 1945 i lavori manuali erano sempre più affidati ai macchinari e alla produzione industriale in serie, mentre dopo il 1950 le operazioni cognitive più basilari e seriali potevano essere svolte più velocemente e più correttamente da un sistema informatico. In effetti molti giovani americani nonostante l’alta scolarizzazione hanno molto difficoltà a trovare un lavoro o a trovare un lavoro duraturo e i debiti sono diventati insostenibili: “nel giugno del 2014 il debito studentesco aveva superato 1,2 trilioni di dollari, con oltre sette milioni di ragazzi che non riuscivano più a ripagarlo” (p. 153). Inoltre dal 2000 la quota di ricchezza derivante dall’aumento di produttività destinata ai salari è passata dallo storico 66 per cento all’attuale 60, e all’aumento della produttività non corrisponde più l’aumento dei posti di lavoro, ma si passa invece all’inesorabile discesa delle possibilità di impiego (Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, http://andrewmcafee.org, http://secondmachineage.com).

Nota molto pessimista – Il tasso di occupazione è calato in tutto il mondo: “siamo passati in vent’anni dal 62,3 al 61,2 per cento. Il fenomeno è particolarmente acuto in occidente” (p. 189). Nonostante la disoccupazione dilagante molti governi europei si illudono di poter fornire una casa, un lavoro e i servizi sanitari gratuiti a quasi tutti gli immigrati africani e asiatici nati in eccesso negli ultimi anni e nei prossimi anni. Gli americani per ora si limitano a fare un buon viso e un cattivo gioco, alla faccia dell’Europa. Se fossi un filantropo multimilionario aprirei molte sedi operative in Africa e in Asia e regalerei i sacchi di preservativi e le pillole anticoncezionali insieme al solito cibo.

 

  Damiano Mazzotti (pressenza)

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