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“E” come Emigrazione

“E” come Emigrazione

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(di Mons. Giuseppe Molinari) – Alla fine del novecento erano in molti a predire che l’inizio del duemila sarebbe stato il tempo della mobilità umana, cioè dell’emigrazione.
La cronaca di ogni giorno ci mostra l’attualità e la drammaticità del problema emigrazione. Tutti (anche i giovani) si chiedono come dobbiamo comportarci di fronte a questo numero crescente di uomini e donne (spesso molte giovani) che vengono nel nostro Paese? Molti rispondono di chiudere le porte a tutti. Altri dicono che, in un Paese come il nostro dove manca il lavoro per gli italiani, non c’è posto i lavoratori stranieri. Altri, più saggiamente, dicono che occorre impegnarsi a far sì che nei paesi d’origine di questi emigranti risorse e lavoro per tutti.
Così nessuno avrà la tentazione di fuggire. Altri si dimostrano estremamente accoglienti, ma non sempre realistici e attenti alle condizioni necessarie perché gli sbarchi dei clandestini non diventino vere e proprie invasioni, con conseguenze drammatiche per la nostra società. Il problema è complesso e la soluzione non è facile.
È importante in tutto questo l’atteggiamento con cui ci poniamo di fronte al problema. Davanti a noi abbiamo fratelli e sorelle che lasciano la propria terrà perché costretti da condizioni di vita impossibili. È importante essere accoglienti e solidali. Poi, occorre pensare ad una legislazione opportuna che tuteli la nostra nazione e i cittadini di questa nazione.
L’Amore verso il prossimo non ammette eccezioni o riduzioni. Gesù ha detto: «ero forestiero e mi avete ospitato» non ha precisato: «accogliete gli stranieri se hanno le carte in regola». Il cristiano sa che l’amore ha i suoi rischi. Per amare è necessario correre dei rischi. Lo sanno l’uomo e la donna che si sposano, i genitori che mettono al mondo un figlio, gli uomini e le donne che consacrano la loro vita totalmente a Dio. Queste vocazioni sono tutte strade bellissime, ma estremamente pericolose (dal punto di vista della prudenza umana!).
In questi giorni mi sono recato, con un gruppo di giovani (studenti di teologia) a visitare il Santuario di San Camillo de Lellis, a Bucchianico (Chieti). San Camillo ha fondato un ordine religioso (i ministri degli infermi) che si dedica al servizio dei malati, pronti perfino a donare la vita in questo servizio. Mi ha impressionato vedere, nella mostra accanto al Santuario, un vecchio quadro ingiallito, con l’elenco di circa 300 camilliani che, dall’inizio dell’Ordine hanno dato la vita per i fratelli malati.
L’Amore insegnatoci da Gesù è questo: dare la vita per coloro che amiamo. Quanti anni luce separano il nostro modo di pensare da quello di Gesù! Ma, almeno, cominciamo a metterci su questa strada. Ricorriamo a tutta la prudenza possibile, anche nei confronti dei fratelli emigrati, ma non uccidiamo l’amore. Soprattutto quell’amore che sa accogliere l’altro anche se straniero.

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