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A L’Aquila,  belle lettere per cambiare

A L’Aquila, belle lettere per cambiare

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(di Carlo Di Stanislao) – La letteratura al centro dell’attenzione de L’Aquila, in questi giorni di inizio autunno, con un accento sulla “parola”, come segno concreto di una gemmazione di gruppo.

In primo luogo il Premio Laudomia Bonanni, giunto alla XI edizione, articolato in tre sezioni: poesia edita, opera prima di autore con meno di 35 anni e poesia inedita per studenti di scuole superiori, con assegnazione dei premi il 20 ottobre, durante una cerimonia a cui prenderà parte Ben Jelloun, scrittore marocchino noto per le sue opere sull’immigrazione ed il razzismo, vincitore, sei anni fa, del Premio Internazionale di Poesia della città di Trieste.

La giuria, che l’8 ottobre, presso la Biblioteca Carispaq si consulterà con un gruppo scelto di studenti-giurati della provincia, è composta da: Liliana Biondi, docente di Letteratura italiana presso l’Università dell’Aquila, la poetessa Anna Maria Giancarli, la scrittrice Mila Marini, il critico giornalista Renato Minore, il professor Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia italiana della Crusca, la fondatrice del premio “Montale” Maria Luisa Spaziani, il presidente di Rai Cinema Franco Scaglia, Giorgio Barberi Squadrotti, ordinario di Letteratura italiana all’Università di Torino e il giornalista e scrittore Sergio Zavoli.

Compito difficile il loro, soprattutto per la scelta all’interno della nuova sezione riservata ai detenuti dei penitenziari italiani, con oltre 100 opere poetiche a tema libero pervenute.

Durante la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2012, Liliana Biondi ha detto che i temi più ricorrenti, quest’anno, riguardano l’amore, la distanza e il distacco, con una ricerca linguistica e di contenuti molto spesso di notevole portata.

Da ieri poi e fino al 7 ottobre, si svolgerà, sempre nel Capoluogo abruzzese, la seconda edizione della Fiera dell’Editoria Indipendente “Volta la carta. Libri e non solo a L’Aquila”, con sede nella Sala Polivalente della sede del Mi.B.A.C. – Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Abruzzo, in via F. Filomusi Guelfi, località Villa Gioia.

Scopo dell’iniziativa, che lo scorso anno ha avuto un enorme successo, è quello di riallacciare, in quella che ancora è una non-città, i fili della socialità interrotti e modificati a seguito degli eventi dell’aprile del 2009: ri-costruire le identità anche attraverso i libri, la lettura e la cultura in generale.

Il tema scelto è l’importanza che la letteratura esercita su ciascuno di noi, sulla riflessione che essa genera, ispirato dalla frase, tratta da “Castelli di rabbia di Alessandro. Baricco: Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro?”

Anche quest’anno, poi, collegato alla Fiera, un premio, ispirato ad un’altra frase di Baricco: Perchè ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare…”; tratta dal saggio “I Barbari.

Anche se Baricco non è fra i miei scrittori preferiti, riesce tuttavia, in alcuni casi, a puntualizzare concetti molto interessanti. Ad esempio quello secondo cui il cambiamento può essere positivo o negativo, in relazione alla trama di valori che lo ispirano e lo compongono.

Un cambiamento, comunque, che se attuato con positività, deve tener conto dei luoghi e dei significati culturali ed antropici, che forniscano gli assi lungo cui muovere la propria trasformazione.

Urge a questo punto una riflessione che riguarda sia questa Fiera che il Premio Bonanni e che attiene alla parola e alla sua importanza più in generale, poiché, spesso sottovalutata, la parola è preda facile di distorsioni e abusi lessicali, spesso sfuggendo alla mano di chi la usa dimenticandone le potenzialità e la svilisce a puro involucro, senza che contenga più alcun senso.

Lo scopo ultimo e comune delle varie manifestazioni aquilane (anche quando apparentemente non verbali, come, per quanto mi riguarda più strettamente, “Frammenti di Donna”; “Cinema e Psichiatria; che si stanno svolgendo o avviando in questi stessi giorni) è dare nuova dignità alle parole e ai contenuti (o significati), ergendole a ruolo di veicolo e corpo dei pensieri.

Nostalgia o urgenza, per le quali occorre tornare a un’idea originaria della funzione della scrittura e della rappresentazione, senza escludere le nuove frontiere che l’evoluzione tecnologica ci consente, ritessendo quel fil rouge tra letteratura (e cultura) come esercizio di stile e come mezzo sociale.

Il lavoro, la creatività, il ricordo, gli affetti, l’identità: sono queste le parole su cui da tre anni stiamo riflettendo qui a L?Aquila, rappresentative di tematiche in continua evoluzione e simboli di dinamiche umane tra le più intime e basilari soprattutto con l’eredità di un irrisolto sisma, che le rende ancora più urgenti.

Una delle affermazioni più famose nell’ambito della filosofia del ventesimo secolo è la frase di Ludwig Wittgenstein: “”Die Grenzen meiner Sprache bedeuten die Grenzen meiner Welt [I confini del mio linguaggio rappresentano i confini del mio mondo]. (5.6 – Tractatus Logico-Philosophicus, 1921)

In sostanza, con quella frase, Wittgenstein riconosceva al linguaggio una importanza enorme tale da rappresentare un limite, più o meno grande, a seconda dei casi, alle possibilità di conoscere e di comunicare.

Si potrebbe allora prendere l’affermazione di Wittgenstein come un invito ad allargare i confini del proprio linguaggio, a padroneggiare gli strumenti della espressione (linguistica, visuale, sonora, motoria, gestuale, ecc.) nella maniera più varia e ricca possibile in modo da allargare al massimo i confini del proprio mondo.

Ma oggi sappiamo anche (e su questa a L’Aquila, in varie occasioni si è riflettuto e si riflette), che i veri padroni sono coloro che riescono ad impossessarsi di parole che suscitano forti emozioni e attraverso le quali (le parole e le emozioni) sono in grado di manipolare le persone e di far fare loro quello che essi vogliono.

Un simile scenario, fatto di capi spregiudicati e di masse che dispongono di un universo linguistico estremamente ridotto (i limiti di cui parlava Wittgenstein), è paragonabile alla condizione tribale in cui lo stregone pronuncia formule magiche ed esegue riti esoterici, e le persone della tribù credono (per rispetto) e si sottomettono (per paura).

Il rispetto e la paura derivano da una condizione di ignoranza che fa sì che le persone abbiano fede in alcune parole e idee-feticcio e abbiano paura se non terrore di sperimentare il nuovo. A tutto ciò non è di solito estraneo lo stregone stesso (l’equivalente d’altri tempi dell’attuale scuola di stato) che opera perché le persone siano imbevute fin dalla più tenera età di formule magiche e siano immunizzate se non addirittura terrorizzate dall’idea del diverso e del nuovo.

Per questo vi è particolare verso i giovani nelle due manifestazioni letterarie in corso a L’Aquila e per questo l’istituzione di cui mi occupo (La Lanterna Magica), cura particolarmente (grazie al solerte impegno di Emanuela D’Innocenzo, Pier Luigi Rossi e Giovanni Chilante), la formazione dei giovani, capace di essere veicolo di cultura aperta e critica, attraverso quel metalinguaggio che è il cinema, in cui immagini, parole, suoni, si combinano in modo impattante, suggestionante ed estremamente emotivo.

E per questo si sta lavorando per una futura sinergia fra l’Istituto Cinematografico e gli eccellenti organizzatori di “Volta la Carta”, al fine di impiegare, dal prossimo anno, anche il linguaggio filmico per far comprendere ciò che secondo P. W. Brigdman, uno dei più famosi sostenitori della operazionalizzazione, è il ruolo della formazione, capace di far interiorizzare che :“… il vero significato di un termine è da ricercarsi in quello che una persona fa con esso, non in quello che dice riguardo ad esso.” (The Logic of Modern Physics, 1927).

“Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”, diceva Mahatma Gandhi e a L’Aquila, in questi giorni, si cerca di mettere in pratica questo aforisma, nella convinzione, non letteraria ma che dalla letteratura e dalla cultura nasce, che, come scritto da Bakunin, “E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro come possibile, non hanno mai avanzato di un solo passo”.

Francesco Di Lernia, nel bel saggio (del 2008) “Ho perso le parole”, ci ricorda che siccome l’errore è cambiamento, dobbiamo imparare, con ogni mezzo, ad usare e capire le parole, affinché esse mitighino gli errori e accompagnino i cambiamenti.

In questo modo, attraverso una continua educazione, saremo in grado di cambiare migliorando, non costruendo parole insulse o capaci di esercitare un odioso dominio e rammentando a noi stessi che chi si prende troppo sul serio non accompagna ma porta e che, mentre il potere accompagna, il dominio blocca e non porta in alcun luogo. 

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