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Cannes 2013: tre film ed uno spacco

Cannes 2013: tre film ed uno spacco

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(Di Carlo Di Stanislao)
‘La Vie d’Adèle’, il nuovo lavoro di Abdellatif Kechiche, il regista e sceneggiatore tunisino di opere osannate come ‘Venere Nera’ e ‘Cous Cous’, che arriva in concorso per la prima volta a Cannes, è un progetto ambizioso e molto personale, diviso in due capitoli, che narra di un amore saffico, con vicenda tratta dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo”, storia di formazione sessuale, ma ancor prima di vita, che segue l’amore tra due persone dello stesso sesso, ma assai diverse fra loro.
Il film, elegantemente narrato, con un fondo di pacata poesia, con una strepitosa interpretazione della giovane attrice francese Adèle Exarchopoulos e quella della più nota co-protagonista Léa Seydoux, già vista in “Midnight In Paris” di Allen,  ha convinto la stampa, anche nelle difficili scene di sesso che il regista non ha voluto omettere nelle tre lunghe ore di girato, che passano però in fretta, fra momenti di semplicità e grazia a lunghe scene carnali, che appaiono caste rispetto al secondo nudo ‘involontario’ (si fa per dire), di Eva Longoria, ex casalinga disperata ed ora consulente di Obama, che non contenta di aver mostrato le sue grazie ai Golden Blobe, sul red carpet di presentazione del film Jimmy P.: Psychotherapy of a Plains Indian (pessimo ed insulso), arriva con un lungo abito Atelier Versace, ricamato, color acquamarina e mentre sale la scalinata scopre lo spacco fino al luogo da cui origina il mondo, secondo il celebre quadro di Coubert conservato al Musée d’Orsay.
Tornando a cose più serie, splendido ‘Nebraska’ di Alexander Payne, girato interamente in bianco e nero per rendere più cupa l’atmosfera da “grande depressione”, in cui non ci sono né i soleggiati vigneti californiani di Sideways né i paradisi hawaiani di The Descendants – Paradiso amaro, ma solo gli infiniti spazi di nulla nel cuore dell’America rurale, come quel Nebraska da cui lo stesso regista proviene e in cui è ambientata questa sua nuova opera in concorso al festival, in cui narra il viaggio di un padre anziano e un po’stordito, Woody (un 76enne  Bruce Dern in forma da Oscar), convinto di dovere incassare un milione di dollari a una lotteria che non ha vinto e di suo figlio David (il comico del Saturday Night Live Will Forte), che per il bene del genitore decide di assecondarne l’illusione accompagnandolo (e ritrovandolo) in questo cammino.
Non si pensi però ad un film solo drammatico: come accade per i Coen e per Sorrentino, la sapiente ironia di Payne riesce a mescolare disciplinatamente umorismo e malinconia, sarcasmo e umanità, riuscendo a divertire e intenerire (molto) allo stesso tempo.
Tra violenze disumane e lirici silenzi si sviluppa, infine, ‘Only God Forgives’ (Solo dio perdona, titolo italiano che accompagnerà l’uscita nazionale dal 30/5), ultimo lavoro del regista cult Nicolas Winding Refn, che è riuscito, al solito, a spezzare la critica affollata al 66° Cannes, con una leggera sovrabbondanza di delusi, persino arrabbiati, specie tra chi del regista è cultore assoluto o chi – conoscendolo meno – si aspettava un sequel di Drive, mentre qui il 43enne cineasta danese non concede attenuanti agli sguardi superficiali di spettatori pavidi.
Il film è dedicato ad Alejandro Jodorowsky ed è il racconto dio un uomo deciso ad affrontare Dio ed anche del rapporto fra madre e figlio, un film disperato che trova nella la disumanizzazione l’unico mezzo per una vita ‘altra’, con una emblematica e terribile scena colò figlio che penetra con la mano l’utero del cadavere materno, al fine di riappropriarsi di se stesso, e prepararsi al sacrificio espiatorio di una spirale di dolore.
Il primo proprietario del richiamato quadro “L’Origine del mondo”, con ogni probabilità il committente stesso della tela, fu il diplomatico turco-egiziano Khalil-Bey (1831-1879), personalità eccentrica della Parigi bene degli anni sessanta del XIX secolo, che mise insieme, prima di essere rovinato dai debiti di gioco, un’effimera ma sorprendente collezione, dedicata alla celebrazione del corpo femminile.
Il quadro, che è opera d’arte sensibile e dolorosa e non già la descrizione quasi anatomica dei genitali femminili pure rappresentati senza nessuna attenuazione o artificio storico o letterario, non è la prima prova di pornografia artistica, ma, grazie al grande virtuosismo di Courbet, alla raffinatezza della gamma delle tonalità ambrate, sfugge allo statuto d’immagine pornografica, con una schiettezza ed audacia e novità di linguaggio che tuttavia, come in Refn e Jodorowki, non escludono un legame con la tradizione.
Il risultato, nel caso di Coubert, fu una pennellata ampia e il ricorso al colore ricordano della pittura veneziana,con un appello diretto a Tiziano e al Veronese, al Correggio e alla tradizione di una pittura carnale e lirica e nal caso del film, un’opera nutrita di sospensioni liriche, dialoghi rarefatti, con colonna musicale straordinaria (firmata da Cliff Martinez, ex batterita Red Hot Chilly Peppers e autore di soundtrack per film come Spring Breakers, Contagion.., suo “litigioso” compagno di viaggio già per Drive), in costante sotto/soprafondo, per illustrare una violenza che è manifesta e in cui tutto è “segno”, come nella intera filmografia di quest’autore, che considera l’arte stessa un atto di violenza, una penetrazione sessuale, come era accaduto in passato per Bunuel e, più di recente, con le sue atmosfere ipnotizzanti lungo labirintici corridoi rossi, le alternanze di rallentamento/accelerazione improvvise, i tagli di luce, l’estetizzazione al limite del sopportabile, l’ossessione per la profanazione del sacro, per David Lynch e Wong Kar Wai, autori immaginifici e coraggiosi, con cui, come per Refn, o essere d’accordo o totalmente contro.

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