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La “strada” di Maria Grazia Lopardi attraverso la  “Commedia”

La “strada” di Maria Grazia Lopardi attraverso la “Commedia”

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(Di Carlo Di Stanislao) A partire dal 1925 e dalla pubblicazione del testo di Evola “L’esotérisme de Dante” il problema di un Dante esoterico è rimbalzato con una fitta rete di interventi fino ai nostri giorni, fra argomenti deboli o risibili o molto robusti, come ricorda l’esperto di Dante Massico Ciovalella, docente alla UCLA di Los Angeles.

Certo Yates, Camus, Sartre, Borges, Walcoot e ancora Stefan George, Peter Weiss, Giorgio Bassani e Ungaretti hanno molto preso dal simbolo dantesco inteso come viaggio in se stessi, un viaggio con aspetti oscuri che vengono progressivamente svelati da una parola che spiega i gesti e con gesti che giustificano le parole.

Ora, va ricordato, che la grande stagione dell’esoterismo dantesco nasce con Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti (1783-1854), carbonaro e rosacroce, esiliato prima a Malta poi in Inghilterra per il suo appoggio agli insorti dei moti liberali del 1820, e padre del poeta e pittore pre-raffaelita Dante Gabriel Rossetti. In un voluminoso Commento analitico alla Divina Commedia del 1826-27, e nei Ragionamenti sulla Beatrice di Dante del 1842, che egli pubblicò a Londra, ai quali si devono aggiungere Il mistero dell’Amor platonico nel Medioevo (5 voll., pubblicati nel 1840) oltre ad un volume pubblicato nel 1823 intitolato Sullo spirito antipapale che produsse la Riforma e sulla sua segreta influenza che esercitò nella letteratura d’Europa e specialmente d’Italia, come risulta da molti suoi classici, massime da Dante, Petrarca, Boccaccio, Rossetti sostiene che Dante condivideva con molti suoi contemporanei, inclusi i poeti stilnovisti, e più tardi Petrarca e Boccaccio, un forte spirito antipapale, pur entro il Cristianesimo.

Ora è certo che un certo nucleo rossettiano sia presente nell’ultima fatica (dopo quella splendida sul “Labiionto”, condivisa con la figlia di buonissima razza Chiara Mastrantonio): “La divina commedia e il simbolo nascosto”, ma è altrettanto palese che tale ricerca va oltre questo punto e tutti i punti precedentemente e anche abilmente trattati, perché ricerca il simbolo, ovvero in significato autenticamente onirico che informa il capolavoro dantesco, che è un percorso alchemico che attraversa le varie fasi della trasformazione, che alleggerisce ciò che è pesante e nobilita ciò che è volgare.

Sappiamo da Jung che il simbolo è forza sintetizzante degli opposi, principio di unificazione, panniculus solis e mercurio sempiterno, che tiene vive la nostra capacità di aderire alle cose, oltre il senso e la ragione.

Ora, con puntualità e competenza, ma anche con lirica ispirazione, Maria Grazia Lopardi ci insegna che la Divina Commedia è opera alchemica la quale ci dimostra, come scrive Fulcanelli, che lo scopo è triplice e si riflette su pensiero, anima e spirito, che non lascia mai uguali dopo un suo intervento.

Ed non solo in questo libro,. Ma negli altri scritti nel tempo e nella sua opera di ricerca e di divulgazione, nella associazione tenace che ha fondato e guida: Panta rei, si nota che l’intenzione di Maria grazia è quella propria della “opera al rosso”, un lungo e faticoso processo di profonda. trasformazione che investe l’essere umano nella sua totalità, cioè un cammino iniziatico in cui, come per i tradizionali processi iniziatici, la meta ideale è raggiungere il Sé, “compiere il compimento”, conseguire il ‘telos assoluto”, il termine finale del processo di sviluppo, quel termine che ne esplicita il senso intrinseco.

Françoise Bonardel nella sua opera dedicata all’alchimia ( Philosophie de l’alchimie, 1993) ci mostra come importanti autori della nostra modernità o postmodernità, filosofi, antropologi, poeti, studiosi delle religioni ( Eliade, Corbin, Jung, Bachelard, Guénon, Daumal, Nietzche, Artaud, Heidegger, Rilke), sentendo il bisogno di un radicale cambiamento di prospettive e di una mitologia che potesse ispirare l’uomo contemporaneo dando nuovo slancio alla sua creatività, hanno riscoperto l’antico mito della ricerca alchemica. Si tratta di un mito sostenuto da quella trascendenza dell’immaginare propria di ogni grande arte e che ha creato possenti immagini di ricerca, di trasformazione, di perfezionamento, di integrazione tra materia, anima, spirito. Le tappe di questo viaggio sono rappresentate dalle principali fasi dell’opera di trasformazione alchemica che prendono il nome dai colori che le caratterizzano: nigredo , albedo (Piccola opera) rubedo (o Grande Opera).

E queste tre tappe Maria grazia ha attraverso, per giungere, infine, in questo libro “sontuoso” al superamento infernale dei desideri, della riduzione allo stato primitivo della materia, della putrefazione che separa gli elementi calcinati fino alla totale dissoluzione; non accontentandosi della albedo purgatoriale, ma giungendo al rosso della Grande Opera, distillazione paradisiaca seguita dalla congiunzione, dall’unione degli opposti (zolfo e mercurio).

I versi del Purgatorio (XXVII, 10 e sgg.) spiegano con chiare lettere la necessità di questo passaggio attraverso il fuoco e l’umano timore ad affrontare la terribile prova.

“Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
ed al cantar di là non siate sorde”
Ci disse come noi li fummo presso;
per ch’io divenni tal, quando lo ‘ntesi,
qual è colui che nella fossa è messo.
In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e immaginando forte
umani corpi già veduti accesi.
Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: “Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.
(…)
Pon giù omai, pon giù ogni temenza:
volgiti in qua; vieni ed entra sicuro!”
E io pur fermo e contra coscienza.
Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: “Or vedi, figlio:
tra Beatrice e te è questo muro”.
(…)
Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
(…)
Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
gittatomi sarei per rinfrescarmi,
tant’era ivi lo ‘ncendio sanza metro”

Prova che la lettura del saggio della Lopardi rende meno scabrosa e complessa e più completa nei suoi risultati che, attraverso immagini vive e creatrici, introducono ciascuno all’ultima fase del processo di trasformazione: l’iniziazione, il cui telos è il raggiungimento del Sé, qualunque sia il cammino attraverso il quale si giunga.

Ed è naturale, per un cultore come me di Tradizione Culturale paleosinense, pensare al Tao , ovvero alla “scuola della Via” e cioè ai testi di Laozi, Zhuangzi e Liezi, in cui si esplicitano i principi della legge Celeste o Cosmica che sta al di sopra di tutte le cose e regola tutti gli elementi dell’Universo e che ci spinge, fra luci ed ombre, nel cammino verso la verità.

Il vero taoista non forza mai gli eventi della vita, non cerca mai di dirigere le manifestazioni della natura, ma al contrario egli si inserisce nel flusso di questi eventi e cerca di amalgamarsi ed identificarsi in loro.
Se invece tentasse di modificare la perfetta armonia Universale ricercando dei desideri personali diversi da quelli che il Cosmo gli ha offerto, se si perde ad inseguire le cose materiali senza vedere le cose autentiche e vere della vita, allora si distacca dal Tao e dalla serenità che dona autentica ed armoniosa conoscenza.

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