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La tv delle suore

La tv delle suore

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Ora il trasch vince in abiti monastici e dopo Frate Cionfoli, a Sanremo, con saio, sandali e chitarra d’ordinanza, che volle dire Solo grazie al Signore, e, l’anno dopo, si ripropose con Shalom, che era un saluto di cui si accorsero in pochi; ora è la volta di Suor Cristina che sbanca a “The voice”, il talent della Carrà, dove si è esibita per settimane dimenandosi come un’ossessa, non tanto come Whoopi Goldberg, ma, casomai, come un ‘heavy metal posseduta, che neanche il Bruce Springsteen più camionabile si sognerebbe.

Non mi è piaciuta la sua presenza alla trasmissione, come non mi sono piaciute in passato suor Paola ultrà della Lazio scatenata a Quelli che il calcio ed i vari ‘don’ da predica-spettacolo: don Mazzi, ormai consustanziale a Domenica in, i cui Giletti e Venier passano, mentre lui resta in saecula saeculorum; don Gelmini, che ebbe momenti d’oro tra Silvio Berlusconi e Renato Zero, prima di accusare qualche inciampo che gli costò la sospensione a divinis e… potremmo continuare.

L’abito monacale stride con le posture wrestling che sanno di costruzione e stride il fatto che la televisione scenda sempre più in basso, in totale assenza di artisti veri e spettacoli decorosi.

Mi viene il sospetto, di fronte al successo planetario della cantante con la tonaca, che sia l’ennesima costruzione dell’industria discografica, pronta ad elargirsi ed elargire guadagni e successi, che, comunque, stridono fatalmente con i voti di povertà sottoscritti.

E mi sovviene di suor Janine, detta “suor sorriso”, che negli Anni 50 esplose in Belgio con la sua Dominique, dedicata a san Domenico, fondatore dell’Ordine al quale lei apparteneva, scalando classifiche di tutto il mondo, America compresa e che poi ridivenne Janine Decker, con una successiva parabola atroce: ripudiata dalle consorelle, uscita dal convento, inghiottita dal gorgo della depressione e morta suicida a meno di 55 anni.

Cocciante è scappato a gambe levate, rimpiazzato nel trash da J-Ax e già ora la Carrà pensa a come costruire la nuova edizione, passando a qualcosa di ancor più scandaloso.

Quelli come me che ripetono: “est modus in rebus” sono presi per perbenisti o bacchettoni ed intanto il piccolo schermo si riempie di immondizia variopinta, che placa gli animi di chi si identifica negli squallori elevati a dignità di massa.

Il trash, dicono i massmediologi, è un genere estetico che deriva dalla tv generalista e la peggiora ed è quanto merita e richiede una società che va via via involvendo e che giunge a dire che il trash è bello ed è solo un imbecille chi non lo condivide e si ostina a resistere al fatto che, oramai, la popolarità di gente abbietta come Paris Hilton, l’ostentazione di una ricchezza opulenta e moralmente ingiusta e dettata dallo spreco, la messa in vetrina di ciò che è strano (sempre più la tv è piena di nani e prostitute, circo di omosessuali, transessuali, di nudità immotivate e comicità che farebbe disgustare Alvaro Vitali) e disprezzante.

D’altra parte non va meglio al cinema che si muove lasciando l’eredità di Totò e Chaplin ai cinepanettoni e alle sdolcinatezze alla Twilight o nella letteratura, con gli Harmony che impallidiscono di fronte al fenomeno Moccia e alla Meyer, di fronte a storie vuote di gente vuota, alla descrizione della mediocrità di cui i lettori vogliono diventare, anzi sono già, copia.

Per conto mio, mi riappacificherò con l’immagine che conservo delle suore, riguardandomi “Storia di una monaca”, film di Zinneman del 1959, in cui Audry Hepburn diventa suor Lucia, lavora in Congo come infermiera e dopo 17 anni viene secolarizzata per continuare nel mondo laico la sua opera di carità. Il film, come il romanzo da cui è tratto, ci dice che, forse, Dio non chiede alle monache di essere semplicemente delle stazioni per i pendolari della sofferenza fisica e spirituale, ma qualcosa di più profondo e significativo: essere sentinelle dell’infinito.

Carlo Di Stanislao

 

 

 

 

 

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