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L’amore ai tempi dell’assenza

L’amore ai tempi dell’assenza

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(Di Carlo Di Stanislao) Nell’ultimo week-end sono usciti dieci film, ma nessuno convincente. Neanche l’ultimo di Terence Malick, certamente uno dei maggiori autori degli ultimi anni, capace di capolavori come “I giorni del cielo ” e “La rabbia giovane” e di film di culto assoluto come “La sottile linea rossa”; riemerso dal nulla nel 1995, dopo due decenni di un vuoto biografico quasi leggendario, ma che negli ultimi tempi, è più oleografico ed illustrativo che profondo, più incline alla bella immagine che alla continuazione del discorso sul mondo e sulla cattiveria, codardia, coraggio e debolezza ancestrali dell’essere umano.

Se “Il Nuovo Mondo” e “The Tree of Life” sono solo in parte convincenti, lo è ancor meno “To the Wonder”, presentato come apertura della Mostra del Cinema di Venezia dell’anno scorso, accolto da un mix di fischi e di applausi, dove Malick sembra non essere più in grado di raccontare storie (in questo caso un triangolo affettivo) e preferisca concentrarsi sull’idea filosofico-metafisico dell’amore, espressa in modo patinato e perfetto, ma anche accademico e privo di palpitazioni.

Al texano, insomma, poco importa dei suoi personaggi, delle loro vicende, motivazioni, desideri, turbamenti, sicché inonda lo schermo di immagini naturalistiche di clamorosa bellezza, siano campi, alberi, una spiaggia bagnata dalla marea, un corso d’acqua, le migliori opere d’arte dell’uomo (con un elenco scontato e banale), senza mai entrare davvero nel vivo del tema.

Vi si narra di un timido inetto a vivere, un predicatore oscurantista, un professorino alle prime armi, che si pasce lo sguardo di idealità levigate, di astrazioni luminose, di sfavillante splendore, negando qualsiasi cittadinanza nel suo universo a tutto ciò che è materico, concreto, sgradevole e (davvero) doloroso. In una parola reale.

Ma lo si fa con minore piglio e convinzione di Lo Cascio ne “la città ideale” o Sorrentino ne “La grande bellezza”.

Ben Affleck è l’ americano che in Francia conosce la bellissima Marina (Olga Kurylenko), se ne innamora e decide di portarla con sé insieme alla figlioletta Tatiana avuta da un matrimonio finito male, con, fra i due, unaltra donna, Jane di Rachel McAdams, e in mezzo un prete, Javier Barden, in crisi spirituale, il cui ruolo sembra puramente un pretesto per introdurre il tema della ricerca di Dio.

La teoria è che l’amore tutto salva, contrariamente alla manifestazione materiale imperfetta e caduca, ma il risultato è molto al di sotto dell’assunto e del valore autorale.

Potremmo addirittura dire che in molte parti la regia sembra affidata a Muccino, con la comparsa di una Romina Mondello strepitante nel ruolo di una forsennata in evidente stato di esaltazione ribellistica, sicché il risultato finale (e definitivo, cioè senza appello), che è lo sdegno dello spettatore per una concezione tanto ottusa del mondo.

È evidente che il texano abbia deciso di riutilizzare il suo ormai consolidato armamentario stilistico (musiche sacrali onnipervasive, illuminazione abbacinante, dolci e carezzevoli movimenti di macchina, assenza totale di dialoghi sostituiti dalla caratteristica voice-over misticheggiante) per riproporre un’altra delle sue disamine heideggeriane.

Ma è altrettanto evidente che consideriamo tutto ciò profondamente involutivo e sbagliato.

Come sbagliato mi è parso l’ultimo romanzo (per metà poesia, tecnicamente parlando), del pur dotatissimo Valerio Magrello, “Geologia di un padre”, finalista al Campiello e al Mondello, edito da Einaudi, con pensieri semplici e semplicistici sul rapporto padre-figlio, camuffati dalla sosfistacazione semantica in profondità di pensiero.

La stesura, ci dicono le cronache, ha origine da vicende autobiografiche. È un lavoro che nasce dalla raccolta di materiali e scritti legati alla figura del padre, da sempre rimasti come un serbatoio creativo a cui attingere, e che hanno preso forma in un lavoro autononmo con il venir meno del genitore.

Ma questa ‘stratificata’ biografia romanzesca della figura paterna, che vorrebbe trovare la sua vocazione proprio nell’indugiare narrativo, nel perdersi nel ricordo, inteso come il miglior materiale per quell’impasse emotivo, quel senso di sospensione tipico del lutto, così adatto ad essere comunicato proprio dalla scrittura romanzesca; non che un noiso e pedante esercizio di stile.

Un esercizio vuoto che ci fa rimpiangere il poerta e il saggista Magrelli e l’ostinata sua attività giornalistica che, ben prima del lavoro critico vero e proprio, ha sempre gli ha sempre permesso di confrontarsi con una scrittura al contempo di rapida stesura e grande, immidiata suggestione.

Introdotta da una serie di disegni autografi di Giacinto (il padre mitico e tirannico), che hanno il vago respiro del mito, e chiusa da una breve silloge di poesie del figlio, questaGeologia prova a mettere ordine nel mucchio di fogli sparsi, di rimandi e memorie fulminanti che hanno caratterizzato l’elaborazione del lutto e la memoria di chi non c’è più.

Ma troppe sono le citazioni colte (da Hugo a Stevenson a Beckett a Testori) e troppa ricerca vi è sulla parola, perché emerga ciò che di buono vi era nella idea iniziale: perché il pofantropo malato, che si mostra sempre più debole, che si spegne, per la prima volta, ha bisogno del figlio.

Magrelli scrive che la Geologia costituisce l’ultimo movimento di una quadrilogia iniziata nel 2003 con Nel condominio di carne: secondo una pratica sperimentata di riscrittura (di cui ci sono esempi anche all’interno del testo), che riprende e recupera brani degli altri movimenti e li rimette in moto inserendoli in un nuovo contesto, un processo che lui chiama di autotrasfusione, ma che qui appare esangue.

Insomma, film e libro, parlano di amore ai “tempi dell’assenza”, con stile alto e ricercato, circonvuluzioni acrobatiche ma anche vuote e per questo vertigionosamente deludenti.

Molto meglio ha fatto, a partuire dallo script, Tornatore con “la migliore offerta”, che ci parla dell’amore come prospettiva di sollievo contro diffedenza e paura del tradimento, per cui un amore, anche non corrisposto, è sempre meglio di niente.

Vorrei raccomandare a Magrelli (poiché Malick non sa l’italiano e non è prevista traduzione), di partecipare alla edizione 2013 (dal 13 al 15 settembre) di “Festivalfilosofia”il cui tema sarà “amare”, con 200 incontri fra Modena, Carpi e Sassuolo, con Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Roberta de Monticelli, Roberto Esposito, Umberto Galimberti, Michela Marzano, Salvatore Natoli, Vincenzo Paglia, Giovanni Reale, Stefano Rodotà, Chiara Saraceno, Silvia Vegetti Finzi e Remo Bodei, a sottolineare che il lessico amoroso, da Platone ad Aristotele, dal Cantico dei cantici alle opere di Agostino, da Spinoza e Smith, passando per lo snodo ottocentesco di Kierkegaard e Schopenhauer, fino alle elaborazioni novecentesche di Lacan e Foucault, e al fuori pista del pensiero cinese tradizionale; è fatto soprattutto di “contenuti” e non solo di “forma”.

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