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Penultime da Roma

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(di Carlo Di Stanislao) – Applaudito “The motel life”: opera prima (da regista) dei produttori Gabriel e Alan Polsky, ultimo film in concorso al Festival Internazionale del film di Roma, tratto dall’omonimo romanzo del cantante country Willy Vautlin, che esplora, alternando passato e presente, il rapporto profondo e quasi viscerale di due fratelli (Emile Hirsch e Stephen Dorff), dalla morte della madre all’adolescenza sbandata fino all’incidente stradale che li spingera’ ad una fuga ”on the road” contro tutto e tutti.

Il film è piaciuto alla critica e al pubblico ed è, a mio avviso, quella da premiare, assieme al francese “Un enfant de toi” di Jacques Doillon, presentato il 14, storia del difficile rapporto di coppia che lega Aya (Lou Doillon, figlia del regista) al suo ex Louis (Samuel Bencherit), padre della loro figlia Lina (Olga Milshtein) e di cui e’ ancora innamorata nonostante stia con un altro uomo (Malik Zidi), evidente e sensibile riferimento a Truffaut, Rohmer e alla ”Nouvelle Vague” tutta.

Molto bello anche “Bullet to the Head”, del maestro Walter Hill, con Sylvester Stallone, tratto dalla bande dessinée Du plomb dans la tete di Alexis Nolent e sceneggiato dall’italo-americano Alessandro Camon, racconto di un sicario di New Orleans, che fa squadra con un giovane detective del NYPD (Sung Kang), per catturare gli assassini dei rispettivi partner.

In un periodo in cui i film strabordano di effetti digitali, Bullet to the Head, quello di Hill è un prodotto incentrato su storia e personaggi, un riuscito omaggio agli action movie degli anni ’70 e ’80, ma anche ma è un film all’avanguardia, dai confini mai troppo precisi o marcati e per questo ancor più interessante.

Sbiadito, invece, anche l’ultimo film italiano in concorso: “E la chiamano estate”, di Paolo Franchi, che nel 2004 aveva esordito (bene) con, La spettatrice e che in questo film (andato anche al TriBeca Film Festival di De Niro), sceglie un linguaggio melenso che, assieme alla sceneggiatura, rende banale la vicenda di Anna (Isabella Ferrari), donna che si sente profondamente amata, nonostante i continui tradimenti del marito, ma che ha la necessità di conferme sessuali da un ragazzo (Christian Burruano) e di sottoporsi ad una terapia psicanalitica che non pare, comunque, produrre grandi effetti.

Deludenti anche “Tutto parla di te” realizzato da Alina Marazzi (alle 21.30 presso la sala Petrassi), e “Avanti Popolo” di Michael Wahrmann (proiettato alle 17 all’ Auditorium Maxxi), preceduto e seguito da due pessimi cortometraggi, rispettivamente l’argentino “El ruido de las estrellas me aturde” realizzato da Eduardo Williams e “Da Vinci” di Yuri Ancarani.

Ma, tanto per dire che non sbagliano solo gli italiani, orribile, sempre ieri, “Bloody Daughter” per la regia di Stéphanie Argerich e “A Glimpse inside the Mind of Charles Swan III”, di Roman Coppola, figlio di Francis Ford e produttore di Somewhere”, il dubbio successo di Venezia 2010, della sorella Sofia.

Ora si attendono i verdetti ed i premi e la cerimonia di chiusura ma, certamente, questa edizione milionaria, con 59 lungometraggi in prima mondiale, 13 film in concorso, e spostamento di data che ha creato non poco nocumento al Festival di Torino, non sarà ricordata fra le migliori, neanche considerando le troppo sparute apparizioni di Adrien Brody, Jude Law, James Franco, Matthew Modine, Charlotte Rampling e Marisa Paredes e, soprattutto, perché fugace vi è apparso anche il buon cinema.

Mi consolo pensando che fra un paio di settimane (il 29 novembre), arrivo in Italia quello che certamente mi riconcilierà col cinema: “Di nuovo in gioco”, di Robert Lorenz, con Clint Eastwood e Amy Adams, grande successo usa dove è uscito a fine settembre, storia di Gus, un talent scout anziano, che viaggia verso Atlanta con la figlia per incontrare una giovane promessa del baseball, una vicenda tanto ricca ed articolata che ha convinto il grande Clint, che dopo Gran Torino non voleva più recitare, a tornare davanti ad una macchina da presa, stavolta neanche guidata da lui. Si tratta della seconda prova da regista di Lorenz ed è davvero molto riuscita, ci scrivono dall’America, nel narrare, con tempi e toni giusti, un rapporto padre-figlia (tema cara a Eastwood), occasione per rimettersi in gioco, ognuno sul suo campo d’azione e con entrambe la parti che comprendono quanto sbagliato sia difendere fino allo stremo la propria identità.

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