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Un ricordo di Marcello Gatti

Un ricordo di Marcello Gatti

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(Di Carlo Di Stanislao) Marcello Gatti, fra i più significativi maestri della fotografia cinematografica italiana, si è spento a Roma all’età di 89 anni, lasciandoci uno dei pezzi più significativi della storia del nostro cinema, firmando la fotografia di film di Pontercorvo, Loy, Lizzani, D’Amico, ma anche di autori stranieri come nel caso di “Chi” di Roman Polanski.
Tra i tanti premi vinti ci sono i Nastri d’argento nel 1967 per ‘La battaglia di Algeri‘, nel 1971 sia per la fotografia a colori di ‘Anonimo Veneziano‘ di Enrico Maria Salerno, che per quella in bianco e nero di ‘Sierra Maestra’ di Ansano Giannarelli, e, ancora, nel 1986 per ‘Inganni’ di Luigi Faccini.
Ha lavorato in 150 film Gatti, anche per il cinema di genere, con registi come Sergio Corbucci (fra gli altri in Bluff – Storia di truffe e di imbroglioni e Tre tigri contro tre tigri), Stelvio Massi (Mark il poliziotto), Luciano Ercoli (La polizia ha le mani legate ) e nel 1975 illuminato ‘Chroniques des années de braise’ di Mohammed Lakhdar-Hamina, Palma d’Oro a Cannes.
Nel giorno della sua scomparsa voglio ricordarlo per “Ternosecco”, prima regia, datata 1987, di Giancarlo Giannini e “Amore e ginnastica”, del 1973, di Luigi Filippo D’Amico, tratto da una novelletta deamicisiana, film dai gustosi bozzetti e personaggi caricaturali, capace come pochi di tratteggiare con grazia sentimenti e figure femminili.
La sua ultima fatica, nel 1990, la fotografia del film “Venere e paura”, produzione italiana di Hirtia Solaro, in cui un padre camilliano, dalle idee morali, teologiche e liturgiche approssimative e dal comportamento a dir poco psicopatico, divide il suo tempo fra dubbi e consigli “pastorali” distribuiti occasionalmente ai “diversi”‘ del suo non identificabile “gregge”, le cure dedicate a un piccolo sordomuto, e gli incontri, mascherati da intenzioni redentive, con Glacida, un’estrosa seduttrice, che lo ossessiona tallonandolo senza tregua. Una storia, ancora una volta splendidamente fotografata, ispirata a “Le notti bianche” di Fedor Dostoevskij, in cui la sua maestria riesce a catturare la figura del sognatore, nella cui esistenza, chiusa in un mondo di fantasticherie, in cui irrompono improvvisi scampoli di vita vera.
Ma, a ben vedere, il tema del “sognatore romantico”, dell’eroe solitario che trascorre i suoi giorni immerso nella dimensione del sogno, in un paradiso di illusioni, malinconicamente sofferente e lontano dall’incolore e consueta realtà dell’esistenza quotidiana, percorre come un filo d’Arianna quasi tutta la filmografia di Marcello Gatti e ne fa uno spaccato inconsueto ed unico nel panorama della nostra cinematografia, con un sogno del sogno, per dirla con Carcassone, che genera sequenze in cui la narrazione si sospende per introdurre una nuova linea, divergente o parallela, spesso caratterizzata da una mancanza di narratività, in cui le immagini si susseguono, apparentemente gratuite, dettate da quello che viene presentato, in quanto soggetto narrante, come l’inconscio del protagonista, una linea la scena onirica che diventa la scena dell’inconscio del personaggio, “luogo di conflitti narrativi”, che, per essere rappresentata, deve essere messa in scena “attraverso un’operazione almeno in parte cosciente”.
Sicché viene in mente la frase di Edoardo Bruno: “Il sogno esibito come sogno,non è un sogno,il il sogno esibito come finzione tiene segrete le pulsioni, i trasalimenti, l’inconscio, muovendosi dentro un universo percettivo, apparentemente negandosi”.
Paradigmatico è allora il suo “Inganni”, del 1985, per la regia di Luigi Faccini, in cui si narra di Dino Campana, per molti il poeta più grande che l’Italia abbia avuto nel secolo scorso, che inizia con la crisi del suo amore tempestoso per la scrittrice Sibilla Aleramo, nel 1916 e, due anni più tardi, tardi, povero, amareggiato, rifiutato dalla famiglia e dalla società letteraria del tempo, con Campana che accetta il ricovero nel manicomio toscano di Castel Pulci e, durante la degenza, il giovane psichiatra Carlo Pariani, che cerca di decifrare il mistero della sua creatività, con lo scienziato che “studia” e inquisisce il poeta e questi che si trincera, finge, nega, mendica comprensione.

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