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A Roma (e non solo) si chiude

A Roma (e non solo) si chiude

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Per l’Italia le speranze sono davvero poche e tutte concentrate su “Alì dagli occhi azzurri”, che, comunque, resta un film esile e con molti limiti narrativi e di scrittura.

Fra gli altri film in concorso (quattordici e non di livello eccelso), i premi principali dovrebbero dividersi fra ”Spose celestiali dei mari di pianura” di Alexey Fedorchenko e “The Motel Life’”dei fratelli Gabriel e Alan Polski, con Stephen Dorff, Emile Hirsch e Dakota Fanning, con qualche chance residua per il messicano “Mai Morire” di Enrique Rivero.

Ma c’è anche chi punta sul film dell’ultimo rampollo di casa Coppola, Roman; ma accadesse che i Marc’Aurelio principali andassero a “’A Glimpse Inside The Mind of Charles Swan III”, si farebbe il bis di premi non meritati con “Somewhere, ” della sorella Sofia, premiata inaspettatamente a Venezia due anni fa, sempre con Muller al comando e l’ex fidanzato Tarantino a capo di una giuria molto addomesticata e prona.

Forse però la giuria romana, presieduta da Jeff Nichols e composta da Timur Bekmambetov, Valentina Cervi, Chris Fujiwara, Leila Hatami, P. J. Hogan ed Edgardo Cozarininsky, limiterà i danni e darà al film solo il premio per il miglior attore, anche perché Charlie Sheen, classe 1965, figlio di Martin, torna sugli schermi dopo uno stop durato molti anni.

Rimando nel campo degli interpreti, è sperabile (ma poco credibile) che il non professionista Nader Sarhan si giochi, con “Alì dagli occhi azzurri”, la partita con i più accreditati (e molto bravi) Adam Mediano e Drake Burnette, di “Marfa girl” di Larry Clark: certamente il film più innovativo e coraggioso in un festival decisamente brutto.

Deludente, comunque, l’intero anno del cinema, con pochi titoli meritevoli, al contrario del 2011, anno in cui abbiamo potuto ammirare ottimi film come “Cigno nero”, “Habemus papam”, “Le idi di marzo”, “The Artist”, “Insidious”, “13 assassini”, “The tree life”, “Faust”, “Drive”, tanto per citarne a memoria alcuni titoli.

Certo per il 2013 Muller dovrà cambiare molto, ma altrettanto certamente il suo sarà un ruolo disperato se non cambia il cinema nei suoi esiti e nei contenuti.

Ha ragione Walther Hill, il cinema è in crisi ovunque e la sua è soprattutto una crisi di idee, con in più, in Italia, anche una crisi di autentici talenti.

“A me interessa un cinema che tenta di ridefinirsi ogni volta; il cinema di consumo per me significa confrontarsi con la possibilità di regolare all’oggi lo statuto di opera, dove non ci sono soltanto le condizioni e i modi di produzione ma ci sono anche dei valori da attribuire alla fruizione e ai modi di fruizione. Per me è stato sempre fondamentale non considerare gli spettatori, i numeri, come una “risposta” del Festival, quanto considerarli come una domanda: fino a che punto siamo riusciti a fare cinque passi avanti e poi ci siamo messi ad aspettare di essere raggiunti dai gruppi di “spettatori sensibili”?” Queste le parole di Marco Muller a Sentieri Selvaggi, in una intervista del 18 ottobre, inerente il Festival di Roma.

Ebbene, proprio dalle sue parole, è evidente che di passi avanti a Roma non se ne sono fatti, e questo non solo per sua responsabilità.

Di recente, sul Lettera 43, Pietro Valsecchi, classe 1953, da Brema, titolare di Taodue con la moglie Camilla Nesbitt, produttore televisivo e cinematografico legato a Mediaset, ha detto chiaramente che l’Italia è una nazione che al cinema è gestita da una casta vecchia e priva di autentico slancio e che, se volgiamo svoltare, occorre, anche qui, rottamare e svecchiare.

Gli incassi parlano chiaro, anche quando si tratta di prodotti di autori ritenuti sacri ed anche molto capaci. Bella addormentata di Marco Bellocchio s’è fermato a 1 milione e 300 mila euro; Reality di Matteo Garrone a 2 milioni; Io e te di Bernardo Bertolucci a 1 milione e 600 mila; È stato il figlio di Daniele Ciprì, appena 850 mila.

Quando si dice che un autore degno di tale nome, deve replicare ed approfondire i suoi temi (cosa rispettabilissima e che viene cineasti di vaglia come Bellocchio, Amelio, Bertolucci e Martone); vi è anche da replicare che, ad esempio, Clint Eastwood, che è un genio totale, fa film sempre diversi ed incassi sempre eccellenti, senza tenere in secondo piano la qualità.

Già nel 1998 lo stesso Bellocchio, come direttore dell’”Adriatico Cinema”, che riuniva in tre luoghi rivieraschi e con un’unica matrice organizzativa, i precedenti Festival del Cinema Indipendente di Bellaria, del Mystfest di Cattolica, di Rimini Cinema e del premio Fellini; aveva detto che il cinema italiano era ormai troppo statico e ripetitivo e lo aveva definito “una macchina ferma”. Solo che da allora (e anche con la complicità sua e di altri autori), questo cinema ha continuato, salvo rare eccezioni, a rinunciare a nuovi punti di vista e, limitandosi a fotografare e drammatizzare l’esistente, a somigliare sempre più a quelle televisioni a circuito chiuso delle banche o dei supermercati: telecamere immobili che riprendono tutto ciò che sta lì davanti”, senza gusto e senza un’idea o una morale.

In quella stesa occasione festivaliera, parlò anche Bertinotti, per dire: “”In una società divisa tra beni materiali e progettazione culturale bisogna ridurre il divario se non si vuole che il cinema diventi puro pattume”. Poi sappiamo come sono andate le cose per il cinema e per lui, in un’Italia in cui a sbagliare sono sempre gli altri.

Forse il mio è un eccesso di pessimismo e, probabilmente, in giro per le sale vi sono ottimi film non vincitori né selezionati nei festival, poiché, come ci ricorda “100 capolavori del cinema secondo Taschen”, molto spesso (esempi ve ne sono a iosa, da “Luci della città”, a “Quinto potere”, a “Psycho”, a “Caberet”, a quasi tutti i film di Kubrick, ecc.), non sempre i film migliori sono quelli acclamati su palchi e red carpet.

Comunque, stando agli incassi e agli umori in giro, la crisi del cinema è profonda e, da noi, drammatica al punto di preoccupare.

A darci qualche sureliano Amadei che al fesdival di Roma c’è stato ed Enrico Maria Artale, che, nel 2011, ha vinto il MarteLive con il corto “Hai in mano il tuo futuro”, due film con delle idee e delle sperimentazioni, con buon cinema di base e davvero molte navità narrative.

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